È raro che io
scriva un pezzo su qualcosa di attuale, in questo blog. È ancora più raro che
lo faccia due volte di seguito. Penso sia evidente che ho adorato l’Odissea
di Christopher Nolan. È un film che, al di là del giudizio sulla sua fedeltà al
poema omerico (di cui, personalmente, non mi importa nulla), mi sembra abbia
molto da dire e che ha il coraggio di proporre una lettura dell’Odissea
profondamente diversa da quella a cui siamo abituati. Questo pezzo sarà una
recensione atipica: non riguarderà la storia (la conosciamo tutti) ma si
focalizzerà sui temi che il film porta avanti e lo farà snodandosi attraverso
alcune delle critiche che sono state mosse alla pellicola.

Cominciamo dal
personaggio di Ulisse: secondo alcuni, il protagonista non sarebbe abbastanza
intelligente, furbo o ingannatore. È un’obiezione che, secondo me, parte da un
equivoco ovvero dal modo in cui oggi pretendiamo che il cinema rappresenti
l’intelligenza. Se si guarda con attenzione il film, Ulisse passa continuamente
da un inganno all’altro: inganna i Troiani e il povero Sinone; trova lo
stratagemma per sfuggire a Polifemo; manipola più volte i suoi stessi uomini, svela
l’inganno di Circe e, una volta tornato a Itaca, inganna praticamente chiunque
incontri (gli assassini, la moglie e persino suo figlio), assumendo l’identità
di un mendicante. Nolan fa una scelta precisa, ossia di non trasformare ogni
atto di intelligenza in un numero da prestigiatore: non c’è la musica in
crescendo, il primo piano di Ulisse che sorride e poi lo spiegone in cui ci
viene illustrato quanto sia geniale il suo piano. Ed è questa assenza, temo,
che alcuni spettatori interpretano come mancanza di astuzia. C’è un problema di
fondo nel modo in cui spesso il cinema racconta l’intelligenza: per rendere
intelligente un personaggio, si finisce per rendere stupidi tutti gli altri. È
il meccanismo di tanti Sherlock Holmes o Batman cinematografici: il
protagonista è geniale perché accanto a lui c’è un Watson o un Robin che gli
permette di spiegare allo spettatore quanto sia geniale ciò che ha appena
fatto. L’Ulisse di Nolan è, in un certo senso, un Batman senza Robin o uno
Sherlock Holmes senza Watson. La sua intelligenza non viene sottolineata, ma bisogna
riconoscerla.

Ecco perché il
celebre “io sono Nessuno”, che sulla pagina può essere uno stratagemma geniale,
sullo schermo rischia di apparire ingenuo: il pubblico contemporaneo è troppo
abituato ai giochi narrativi e agli stratagemmi cinematografici per non capire
immediatamente il trucco. Ma è proprio questo il punto: Nolan non è interessato
a riprodurre ogni elemento dell’Odissea come se fosse un colpo di scena
moderno. Gli interessa piuttosto il significato che quell'episodio assume
all'interno della storia. Nella sua Odissea non c’è posto per questo
scambio di battute con Polifemo: il ciclope di Nolan è un mostro, un bruto, e
non si ragiona con i mostri.

Questa è, dopotutto,
la grande operazione compiuta da Nolan sull’epica omerica: non il semplice
adattamento dell’Odissea, ma la decostruzione del mito, a partire da
Ulisse. Il cavallo di Troia, ad esempio, cessa di essere la più grande trovata
del genio di Ulisse, l’invenzione brillante che permette ai Greci di vincere la
guerra e diventa invece un vile inganno. Ma, soprattutto, diventa qualcosa di
cui Ulisse si pente. Questa è una differenza fondamentale rispetto all’immagine
tradizionale dell’eroe omerico. L’Ulisse di Nolan è consapevole delle
conseguenze delle proprie azioni. Il cavallo non gli ha semplicemente permesso
di vincere la guerra: ha contribuito a distruggere una civiltà. Ed è proprio
questa consapevolezza a rendere Ulisse, paradossalmente, ancora più
intelligente. Capire di aver commesso un errore e comprenderne la portata
storica, è una forma di intelligenza molto più complessa dell’escogitare un
piano brillante. Ulisse ha violato una legge più grande di lui, ha sfidato gli
dei e ha distrutto l'equilibrio che teneva insieme il suo mondo. Prima del
cavallo esistevano regole, rapporti tra popoli, commerci, ospitalità e
consuetudini che permettevano alla società di funzionare. Dopo Troia, ogni
legame viene meno. Ulisse, nel tentativo di vincere la guerra, contribuisce a
distruggere l’ordine che rendeva possibile la civiltà stessa.
Ed è proprio qui
che la frase messa in bocca ad Ulisse: “È finita l’età del bronzo”, tanto
contestata da alcuni, acquista un significato che va ben oltre il suo apparente
anacronismo. Presa alla lettera, infatti, può sembrare una battuta
anacronistica e persino artificiosa. Ulisse parla come un uomo consapevole di
vivere in un’epoca storica che sta per finire, mentre è difficile immaginare
che i Greci utilizzassero una simile classificazione del proprio tempo. Ma si
tratta di una scelta intenzionale. Nolan sta sfondando la quarta parete
attraverso Ulisse. Ciò che conta è il messaggio, non le esatte parole che
avrebbe pronunciato un uomo dell’età del bronzo. Ulisse comprende che sta
finendo un mondo: un mondo fondato sui commerci, sugli scambi, sui rapporti tra
popoli e sulla possibilità di costruire una civiltà attraverso le relazioni. È
significativo che i personaggi si chiedano spesso chi siano i “popoli del mare”
per poi scoprire, nella classica epifania dei film di Nolan, di essere loro
stessi. È una delle intuizioni più interessanti del film: la fine di una
civiltà non arriva necessariamente da un nemico esterno. Può essere provocata
dall’avidità, dalla paura e dalle scelte degli uomini stessi. Non è difficile
vedere in questa idea un chiaro riferimento al nostro presente.

Arriviamo così
all’assenza degli dei, un’altra scelta di Nolan criticata da molti. Una
critica, ritengo, che manca del tutto il bersaglio: gli dei non devono
necessariamente comparire fisicamente affinché siano presenti nel mondo del
film. I personaggi credono in loro, rispettano la legge di Zeus e interpretano
ciò che accade attraverso il rapporto con il divino. Ulisse sfida continuamente
gli dei: lo fa per salvare i suoi uomini e per tornare a casa. Nella scena in
cui parla con i morti, Tiresia gli dice che gli dei permetteranno soltanto a
lui di tornare a Itaca e Ulisse, invece di accettare il proprio destino,
risponde allora che sfiderà gli dei. È una forma di hybris che non ha
bisogno di Zeus sullo schermo per essere percepita. La presenza o l’assenza
degli dei ci porta dritti al rapporto tra Atena e la coscienza di Ulisse. L'unica
divinità che vediamo nel film, Atena, ha le sembianze della giovane
sacerdotessa uccisa durante il sacco di Troia. Solo Ulisse riesce a vederla e a
parlarle. Ma è davvero Atena? Oppure è un'allucinazione prodotta dal suo senso
di colpa? Nolan lascia volutamente aperta la questione, come è suo tipico.
Atena può essere contemporaneamente una divinità e la rappresentazione della
coscienza di Ulisse, rendendo indistinguibile il confine tra il soprannaturale
e la mente del protagonista (ricordate l’inizio del film? “Un tempo di apparente
magia”).
È proprio
questa attenzione alla coscienza del nostro protagonista a rendere questo
Ulisse molto più umano rispetto a quello del poema. L'Ulisse di Omero è
certamente astuto, ma è anche orgoglioso della propria astuzia. Quello di Nolan
è invece un soldato, un reduce. Ha fatto ciò che riteneva necessario per
vincere la guerra e riportare a casa i suoi uomini, ma ora deve convivere con
le conseguenze delle proprie azioni. Porta con sé i morti, la distruzione di
Troia e soprattutto la consapevolezza di aver contribuito alla fine del mondo a
cui apparteneva. È un Ulisse dolente. Un uomo che non riesce più a separare la
propria intelligenza dalla propria colpa. È questo il cuore del film e qui
viene portato a compimento il lavoro di decostruzione dell’Odissea a cui
ho accennato prima.

E il futuro?
Cosa ci dice questa Odissea rispetto a ciò che verrà? Spetta a Telemaco
rappresentare il futuro. Dovrà essere migliore di suo padre e per un certo
periodo lo sarà davvero, ma anche lui, alla fine, rischierà di inciampare negli
stessi errori. Lo scambio di parole tra Penelope e Ulisse con cui si chiude il
film sembra suggerire proprio questo: la civiltà risorgerà, l'alba tornerà a
illuminare un mondo che è stato oscurato dalla distruzione e, con il passare
del tempo, gli errori degli uomini verranno dimenticati. Errori come il cavallo
di Troia? Se la risposta è affermativa, allora l'uomo sarà destinato a
ripeterli. La civiltà nasce, prospera, diventa arrogante, si autodistrugge e
poi rinasce dalle proprie rovine. Gli uomini credono di aver imparato qualcosa,
ma prima o poi ricominciano da capo. Il vero messaggio alla posterità, a noi
uomini moderni, è questo.In questo senso, l’Odissea non è soltanto il
viaggio di un uomo che vuole tornare a casa. È il viaggio di una civiltà che
cerca di tornare a sé stessa dopo essersi distrutta. Neppure Ulisse, l’astuto
Ulisse, con tutta la sua intelligenza, può evitare la catastrofe. E forse è
questa la forma più tragica di intelligenza che Nolan potesse raccontare