giovedì 13 agosto 2026

Odissea di Christopher Nolan: l’intelligenza, la colpa e il ciclo della storia

È raro che io scriva un pezzo su qualcosa di attuale, in questo blog. È ancora più raro che lo faccia due volte di seguito. Penso sia evidente che ho adorato l’Odissea di Christopher Nolan. È un film che, al di là del giudizio sulla sua fedeltà al poema omerico (di cui, personalmente, non mi importa nulla), mi sembra abbia molto da dire e che ha il coraggio di proporre una lettura dell’Odissea profondamente diversa da quella a cui siamo abituati. Questo pezzo sarà una recensione atipica: non riguarderà la storia (la conosciamo tutti) ma si focalizzerà sui temi che il film porta avanti e lo farà snodandosi attraverso alcune delle critiche che sono state mosse alla pellicola. 

Cominciamo dal personaggio di Ulisse: secondo alcuni, il protagonista non sarebbe abbastanza intelligente, furbo o ingannatore. È un’obiezione che, secondo me, parte da un equivoco ovvero dal modo in cui oggi pretendiamo che il cinema rappresenti l’intelligenza. Se si guarda con attenzione il film, Ulisse passa continuamente da un inganno all’altro: inganna i Troiani e il povero Sinone; trova lo stratagemma per sfuggire a Polifemo; manipola più volte i suoi stessi uomini, svela l’inganno di Circe e, una volta tornato a Itaca, inganna praticamente chiunque incontri (gli assassini, la moglie e persino suo figlio), assumendo l’identità di un mendicante. Nolan fa una scelta precisa, ossia di non trasformare ogni atto di intelligenza in un numero da prestigiatore: non c’è la musica in crescendo, il primo piano di Ulisse che sorride e poi lo spiegone in cui ci viene illustrato quanto sia geniale il suo piano. Ed è questa assenza, temo, che alcuni spettatori interpretano come mancanza di astuzia. C’è un problema di fondo nel modo in cui spesso il cinema racconta l’intelligenza: per rendere intelligente un personaggio, si finisce per rendere stupidi tutti gli altri. È il meccanismo di tanti Sherlock Holmes o Batman cinematografici: il protagonista è geniale perché accanto a lui c’è un Watson o un Robin che gli permette di spiegare allo spettatore quanto sia geniale ciò che ha appena fatto. L’Ulisse di Nolan è, in un certo senso, un Batman senza Robin o uno Sherlock Holmes senza Watson. La sua intelligenza non viene sottolineata, ma bisogna riconoscerla.

Ecco perché il celebre “io sono Nessuno”, che sulla pagina può essere uno stratagemma geniale, sullo schermo rischia di apparire ingenuo: il pubblico contemporaneo è troppo abituato ai giochi narrativi e agli stratagemmi cinematografici per non capire immediatamente il trucco. Ma è proprio questo il punto: Nolan non è interessato a riprodurre ogni elemento dell’Odissea come se fosse un colpo di scena moderno. Gli interessa piuttosto il significato che quell'episodio assume all'interno della storia. Nella sua Odissea non c’è posto per questo scambio di battute con Polifemo: il ciclope di Nolan è un mostro, un bruto, e non si ragiona con i mostri.

Questa è, dopotutto, la grande operazione compiuta da Nolan sull’epica omerica: non il semplice adattamento dell’Odissea, ma la decostruzione del mito, a partire da Ulisse. Il cavallo di Troia, ad esempio, cessa di essere la più grande trovata del genio di Ulisse, l’invenzione brillante che permette ai Greci di vincere la guerra e diventa invece un vile inganno. Ma, soprattutto, diventa qualcosa di cui Ulisse si pente. Questa è una differenza fondamentale rispetto all’immagine tradizionale dell’eroe omerico. L’Ulisse di Nolan è consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. Il cavallo non gli ha semplicemente permesso di vincere la guerra: ha contribuito a distruggere una civiltà. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere Ulisse, paradossalmente, ancora più intelligente. Capire di aver commesso un errore e comprenderne la portata storica, è una forma di intelligenza molto più complessa dell’escogitare un piano brillante. Ulisse ha violato una legge più grande di lui, ha sfidato gli dei e ha distrutto l'equilibrio che teneva insieme il suo mondo. Prima del cavallo esistevano regole, rapporti tra popoli, commerci, ospitalità e consuetudini che permettevano alla società di funzionare. Dopo Troia, ogni legame viene meno. Ulisse, nel tentativo di vincere la guerra, contribuisce a distruggere l’ordine che rendeva possibile la civiltà stessa.

Ed è proprio qui che la frase messa in bocca ad Ulisse: “È finita l’età del bronzo”, tanto contestata da alcuni, acquista un significato che va ben oltre il suo apparente anacronismo. Presa alla lettera, infatti, può sembrare una battuta anacronistica e persino artificiosa. Ulisse parla come un uomo consapevole di vivere in un’epoca storica che sta per finire, mentre è difficile immaginare che i Greci utilizzassero una simile classificazione del proprio tempo. Ma si tratta di una scelta intenzionale. Nolan sta sfondando la quarta parete attraverso Ulisse. Ciò che conta è il messaggio, non le esatte parole che avrebbe pronunciato un uomo dell’età del bronzo. Ulisse comprende che sta finendo un mondo: un mondo fondato sui commerci, sugli scambi, sui rapporti tra popoli e sulla possibilità di costruire una civiltà attraverso le relazioni. È significativo che i personaggi si chiedano spesso chi siano i “popoli del mare” per poi scoprire, nella classica epifania dei film di Nolan, di essere loro stessi. È una delle intuizioni più interessanti del film: la fine di una civiltà non arriva necessariamente da un nemico esterno. Può essere provocata dall’avidità, dalla paura e dalle scelte degli uomini stessi. Non è difficile vedere in questa idea un chiaro riferimento al nostro presente.

Arriviamo così all’assenza degli dei, un’altra scelta di Nolan criticata da molti. Una critica, ritengo, che manca del tutto il bersaglio: gli dei non devono necessariamente comparire fisicamente affinché siano presenti nel mondo del film. I personaggi credono in loro, rispettano la legge di Zeus e interpretano ciò che accade attraverso il rapporto con il divino. Ulisse sfida continuamente gli dei: lo fa per salvare i suoi uomini e per tornare a casa. Nella scena in cui parla con i morti, Tiresia gli dice che gli dei permetteranno soltanto a lui di tornare a Itaca e Ulisse, invece di accettare il proprio destino, risponde allora che sfiderà gli dei. È una forma di hybris che non ha bisogno di Zeus sullo schermo per essere percepita. La presenza o l’assenza degli dei ci porta dritti al rapporto tra Atena e la coscienza di Ulisse. L'unica divinità che vediamo nel film, Atena, ha le sembianze della giovane sacerdotessa uccisa durante il sacco di Troia. Solo Ulisse riesce a vederla e a parlarle. Ma è davvero Atena? Oppure è un'allucinazione prodotta dal suo senso di colpa? Nolan lascia volutamente aperta la questione, come è suo tipico. Atena può essere contemporaneamente una divinità e la rappresentazione della coscienza di Ulisse, rendendo indistinguibile il confine tra il soprannaturale e la mente del protagonista (ricordate l’inizio del film? “Un tempo di apparente magia”).

È proprio questa attenzione alla coscienza del nostro protagonista a rendere questo Ulisse molto più umano rispetto a quello del poema. L'Ulisse di Omero è certamente astuto, ma è anche orgoglioso della propria astuzia. Quello di Nolan è invece un soldato, un reduce. Ha fatto ciò che riteneva necessario per vincere la guerra e riportare a casa i suoi uomini, ma ora deve convivere con le conseguenze delle proprie azioni. Porta con sé i morti, la distruzione di Troia e soprattutto la consapevolezza di aver contribuito alla fine del mondo a cui apparteneva. È un Ulisse dolente. Un uomo che non riesce più a separare la propria intelligenza dalla propria colpa. È questo il cuore del film e qui viene portato a compimento il lavoro di decostruzione dell’Odissea a cui ho accennato prima.

E il futuro? Cosa ci dice questa Odissea rispetto a ciò che verrà? Spetta a Telemaco rappresentare il futuro. Dovrà essere migliore di suo padre e per un certo periodo lo sarà davvero, ma anche lui, alla fine, rischierà di inciampare negli stessi errori. Lo scambio di parole tra Penelope e Ulisse con cui si chiude il film sembra suggerire proprio questo: la civiltà risorgerà, l'alba tornerà a illuminare un mondo che è stato oscurato dalla distruzione e, con il passare del tempo, gli errori degli uomini verranno dimenticati. Errori come il cavallo di Troia? Se la risposta è affermativa, allora l'uomo sarà destinato a ripeterli. La civiltà nasce, prospera, diventa arrogante, si autodistrugge e poi rinasce dalle proprie rovine. Gli uomini credono di aver imparato qualcosa, ma prima o poi ricominciano da capo. Il vero messaggio alla posterità, a noi uomini moderni, è questo.In questo senso, l’Odissea non è soltanto il viaggio di un uomo che vuole tornare a casa. È il viaggio di una civiltà che cerca di tornare a sé stessa dopo essersi distrutta. Neppure Ulisse, l’astuto Ulisse, con tutta la sua intelligenza, può evitare la catastrofe. E forse è questa la forma più tragica di intelligenza che Nolan potesse raccontare