sabato 18 luglio 2026

L'Odissea di Christopher Nolan

Quelli che seguono questo blog da un po’ di tempo (sperando ce ne siano ancora), avranno notato che raramente scrivo più di un articolo l’anno e che questo articolo non è mai correlato ad un argomento “attuale”. Con ciò voglio dire che gli articoli che scrivo sono ragionati, meditati, mi prendo molto tempo per scriverli e il soggetto del pezzo non è influenzato da ciò che sta avvenendo nel mondo reale al momento della sua pubblicazione. Restando ai pezzi più recenti, ad esempio, si può notare che ho trattato molto Tolkien, ma non l’ho fatto perché andasse di moda o per commentare l’inguardabile serie “Gli Anelli del Potere” su Amazon, l’ho fatto semplicemente perché sono un grosso appassionato delle opere del professore di Oxford.

Questo articolo, invece, rappresenterà la classica eccezione alla regola, perché ho intenzione di parlare di “Odissey”, il nuovo film del regista inglese Christopher Nolan, che ha fatto discutere moltissimo già da prima della sua uscita al cinema, soltanto con i trailer. Sto scrivendo questo pezzo in una afosa mattinata di luglio, precisamente il giorno 17, l’Odissea è uscita ieri nelle sale e io mi sono precipitato al cinema per godermi l’opera del maestro inglese e, lo ammetto, tre ore di aria condizionata. Metto però le mani avanti e avviso i miei lettori che questo pezzo non vuole essere una recensione in senso tecnico. Perché? In primis, perché non è necessario, l’internet pullulerà di recensioni e video recensioni del film in tempo zero ed è inutile aggiungerne un’altra, senza contare che io non sono un esperto di cinema. Sono un appassionato, ma esperto è tutta un’altra cosa. E sì, lo so che molte recensioni saranno fatte da gente che ne sa anche meno di me (vuoi che lo faccia per lavoro in quanto content creator, vuoi che sia semplicemente una persona a cui piace dare aria alla bocca), ma non mi interessa: nel marasma generale ci saranno comunque delle voci autorevoli. Inutile anche raccontare la storia del film, sia per evitare spoiler, sia perché la trama generale è nota ad ogni italiano che abbia fatto la scuola dell’obbligo. Quello che mi interessa davvero è sottoporre ad analisi le stronzate critiche che ho letto su internet in questi mesi, critiche ad un film che, a conti fatti, credo avessero lo scopo di affossarlo per ragioni ideologiche o semplice ignoranza, posto che la pellicola non era ancora uscita in sala.

Andiamo a cominciare e partiamo da un termine che salta fuori piuttosto spesso quando viene criticato il film, ovvero che sarebbe un’americanata. Un’americanata. Fatta da Christopher Nolan. Un regista inglese che più inglese non si può. Un regista algido, estremamente formale e cerebrale. Un regista che basta vedere la sua filmografia per capire quanto il suo stile sia l’opposto di un’americanata. Però il critico da tastiera, senza aver visto il film, è sicuro che sarà un’americanata… 

Proseguiamo con le scelte di casting: Ellen Paige, ora Elliot Page dopo il cambio di sesso, interpreterebbe Achille, il maschio alpha per eccellenza, mentre Lupita Nyong’o, donna afroamericana, porterà a schermo Elena “dalle bianche braccia”. Apriti cielo. Ovviamente il razzismo non c’entra nulla, si affrettano a specificare i nostri paladini (ma come mai queste cose saltano fuori solo quando un nero interpreta un personaggio supposto bianco, e mai il contrario?), ma questo è un tradimento (addirittura!?) di Omero (che probabilmente non è mai esistito). Come osa Christopher Nolan portare a schermo l’Odissea? Come osa un semplice inglese (che però gira americanate…), probabilmente il più grande regista vivente, un perfezionista che si documenta a livello maniacale su quello che gira, fare un film sull’Odissea? Il tutto detto da persone che l’Odissea l’hanno probabilmente solo studiata a scuola, che hanno quella semplice infarinatura generale da scuola dell’obbligo ma che ritengono di saperne quanto lo stesso Omero, se non di più.

Smontiamo con calma queste affermazioni. Innanzitutto Achille NON c’è nella pellicola. Zero. Non pervenuto. Elliot Page interpreta un guerriero greco, Sinone, un compagno di Ulisse. Il popolo dell’internet però era sicuro che interpretasse Achille e chiaramente una persona trans non avrebbe dovuto. Meglio Brad Pitt di Troy, così bello e fiero, dai caratteri somatici tipicamente greci… Anche adesso che il film è uscito e che l’assenza di Achille è acclarata, i critici continuano imperterriti, e se glielo si fa notare, scuotono le spalle e dicono che “è la stessa cosa”. Passiamo a Elena di Troia. Si potrebbe fare un lungo discorso sul fatto che manchi una descrizione effettiva del personaggio nell’opera e che “dalle bianche braccia” indica la nobiltà e il rango del personaggio, e sta a significare che, non lavorando nei campi, mantiene la pelle “bianca”, ma non voglio farlo, perché non voglio difendere la scelta di Nolan utilizzando questi sofismi. La risposta, semplice e chiara, è che il cinema è finzione, e un attore può interpretare qualunque ruolo, il colore della pelle è, salvo rarissime eccezioni, non rilevante. Fatevi una domanda: il colore di Elena ha una qualunque minima importanza per la trama dell’opera? Se la risposta è no (come quasi sempre e come avviene in questo caso), allora chiunque può interpretare chiunque. Semplice. E la coerenza storica, direbbe qualcuno? Ma l’Odissea NON è un’opera storica, è mito. I suoi personaggi sono simboli, icone che vengono reinterpretate nei secoli. Non siete convinti? Facciamo un esempio recente: chi sono realmente Superman e Batman se non la versione moderna e pop di Achille e Ulisse? Achille, un guerriero invincibile con un punto debole e Ulisse, l’eroe umano e astuto, sono l’archetipo base di infiniti personaggi, fra cui i nostri amati super eroi. Superman? Enormi poteri ma vulnerabile alla kryptonite; Batman? Non ha poteri, è un semplice umano, ma è intelligente e scaltro. 

Torniamo a Elena: sostenere che la scelta di un’attrice di colore sia un tradimento dell’opera originale ma soprattutto una scelta “woke” è una follia, una follia ripetuta a pappagallo che si autoalimenta da sé. Da quando la semplice scelta di un’attrice di colore è indice di cultura woke? Tralasciando il vero significato del termine, si può dire che un film sia woke quando tratta determinate tematiche (inclusione, diversità) oppure mette sotto ai riflettori un personaggio per il semplice fatto che appartenga ad una minoranza. Il tutto con lo scopo di fare una lezioncina agli spettatori. Ebbene, l’Odissea di Nolan NON ha nulla di tutto ciò, Lupita Nyong’o è semplicemente una bella attrice di colore, scelta per un ruolo, quello di Elena di Troia, che nel film appare per scarsi 5 minuti.[1]

Veniamo così alla fine, ovvero alla bontà di tutta l’operazione, al senso di portare a schermo l’Odissea. Un regista deve rispettare in maniera pedissequa l’opera originale? Se non si copia 1:1 l’opera madre, è un tradimento? Il punto sembra complesso ma in realtà è infinitamente semplice. I libri sono libri, parole scritte; il cinema sono immagini in movimento. Già questo basta a capire che ogni opera “tratta da” oppure “ispirata da” non potrà mai essere uguale all’originale. Si parla, infatti, di adattamento, perché non potrebbe essere altrimenti. Un film copia del poema omerico durerebbe ben più delle quasi 3 ore del film di Nolan, tanto per iniziare. Ma poi, ne varrebbe davvero la pena? Da quando l’aderenza totale ad un’opera originaria dovrebbe essere un valore fondamentale per giudicare l’opera derivata? Sì, è possibile trovare un momento dove tutto questo è cominciato, circa 20 anni fa, con l’uscita de “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson. Ma, indicazione temporale a parte, penso che tutto coincida con un impoverimento culturale e mentale dello spettatore medio. Fateci caso: le recensioni di oggi si concentrano principalmente sulla trama (il cosa) invece che della messa in scena (il come), oppure sulle differenze con l’opera madre, se si tratta di opera derivata. Ma perché? Perché discutere di queste cose è facile e immediato ed è l’unico fattore che lo spettatore medio riesce a decodificare. Inutile parlargli di regia, fotografia, significati, metafore, non le capirebbe. Resta ancorato alla trama e alle differenze con l’opera madre, giudicando spazzatura qualunque cosa vi si discosti. Ma non è così. Non deve essere così. Un film è altro rispetto ad un libro, il cinema ha il suo linguaggio e i suoi tempi, mentre i registi devono potere essere liberi di fare quello che vogliono, perché l’arte deve essere libera. È sciocco criticare un’opera perché in originale questo o quello era diverso. Di solito, non è importante. L’autore del film ha una sua visione e la mette in scena. Giudicate la sua interpretazione, dite se vi è piaciuta o no, ma fatelo per quello che si vede a schermo, non in maniera preventiva sulla base di informazioni false o in malafede. È meglio un film che sia la copia di un libro ma che poi non è capace di emozionare, oppure un film che si discosta dal materiale originale ma che vi emoziona e sia capace di parlare al vostro cuore?

Andate al cinema a vedere l’Odissea di Nolan con i vostri occhi, giudicate da soli se è un bel film oppure no, ma non giudicatelo per le differenze rispetto all’Odissea di Omero. È normale che ci siano differenze, DEVONO esserci. Ci sono sempre state, in tutti gli adattamenti (sia dell’Odissea, sia parlando più in generale) e ci saranno anche in futuro, quando altri artisti si confronteranno con essa. I classici ci parlano, anche a distanza di millenni, e verranno sempre reinterpretati. Se volete l’Odissea “originale” prendete il poema e leggetevelo, non ve lo toglierà nessuno, resterà sempre la base di tutto. Ma godetevi le sue reinterpretazioni senza fare i difensori di una presunta purezza. Non è detto che vi piaccia, è normale, un film può piacere o meno, Nolan ha i suoi stimatori ma anche molti critici. Io penso che, anche se non vi dovesse piacere, non vi lascerà indifferenti. Il più grande regista dei nostri tempi ha scelto, bontà sua, di fare un film sull’Odissea, e invece di ringraziarlo in ginocchio, lo critichiamo perché Elena è nera? Non vi accorgete di quanto sia ridicolo? E allora basta con queste critiche ideologiche e stereotipate, andate al cinema, godetevi il film (e l’aria condizionata) e poi, perché no, tornate a rileggere l’opera originale. Spesso i bei film fanno questo effetto!

 



[1] Val la pena far notare che l’attrice interpreta anche Clitennestra, la sorella di Elena (anche lei a schermo per pochissimo tempo) e che la scena in cui si vede l’attrice Lupita Nyong’o circondata dalle guardie, utilizzata per irridere la sua scelta come Elena, in realtà è una scena in cui interpreta Clitennestra. Così, tanto per mettere i puntini sulle i.


domenica 15 giugno 2025

Perchè Tolkien non è riuscito a terminare il Silmarillion

Cari amici del blog, fedele alla promessa di portarvi nuovi articoli, mi presento a voi con un pezzo dedicato a Tolkien e alla sua mitologia che, spero, troverete interessante. Tutti quelli che hanno un minimo di dimestichezza con la Terra di Mezzo e le sue storie sanno che Tolkien pubblicò “Lo Hobbit” nel 1936 e “Il Signore degli Anelli” tra il 1954 e il 1955 ma, nonostante abbia lavorato sul Silmarillion sin dal 1917, non riuscì mai a produrne una versione definitiva da dare alle stampe, impresa che riuscì solo al figlio Cristopher nel 1977, quattro anni dopo la morte del padre. Diciotto lunghi anni passarono tra la pubblicazione del Ritorno del Re (libro conclusivo del Signore degli Anelli) e la morte del nostro amato professore, diciotto anni privi di pubblicazioni di rilievo e in cui si ridussero gli impegni accademici che potessero distrarlo dal compito di dare una versione finale e definitiva al Silmarillion. Perché, allora, Tolkien non riuscì a portare a termine la sua opera? Perché un autore capace e meticoloso come Tolkien, apparentemente senza altri impegni gravosi, non riuscì a dare una sistemazione definitiva a del materiale su cui lavorava da decenni? Sono certo che ogni vero fan prima o poi si è posto questa domanda, a cui tenterò di dare una risposta, basandomi sulla biografia del professore di Oxford e sugli scritti di altri autori, in particolare Tom Shippey (ogni appassionato di Tolkien dovrebbe leggere almeno una volta la sua monumentale opera “La via per la Terra di Mezzo”).

Come ogni cosa nel mondo reale (il mondo primario, direbbe Tolkien), le cose non sono mai semplici: diversi motivi, saldandosi insieme, hanno cospirato contro il nostro professore al punto da rendergli impossibile terminare la sua opera. Per comodità di esposizione, distinguerò questi motivi in due macro categorie ovvero quelli personali e quelli puramente letterari. I motivi personali sono un coacervo di situazioni dovuti all’età avanzata, alla perdita dei suoi amici storici, all’incapacità di imporsi una rigida disciplina di scrittura, al continuo procrastinare delle cose e nel tempo speso scrivendo lettere di risposta agli ammiratori. Tolkien non era più un giovincello, e già la scrittura del Signore degli Anelli gli costò diversi anni. In un contesto caratterizzato da un lento declino delle sue forze e dall’incapacità di forzarsi al tavolo di scrittura, il genio del professore si disperse in lettere o nella sistemazione dei suoi precedenti scritti. Le lettere (agli amici, agli editori e ai fan) in cui spiega o chiarisce determinati punti dei suoi romanzi sono interessantissime da leggere, ma resta ineludibile il fatto che non riuscì a terminare il Silmarillion, l’opera che più gli stava a cuore.

Un attento lettore potrebbe notare che non mancarono del tutto le energie a Tolkien, solo che le indirizzò dalla parte sbagliata: chiarire e spiegare il pregresso piuttosto che impegnarsi nel nuovo. Questa riflessione tira in ballo la seconda categoria, quella dei motivi letterari. Forse senza rendersene conto, ma più probabilmente con piena coscienza, Tolkien si rese conto di essere finito in trappola, in un vicolo cieco letterario. I motivi letterari che si opponevano alla conclusione del Silmarillion si possono riassumere nella assenza degli hobbit, nella mancanza di profondità storica, nel rischio di dire o spiegare troppo e nella difficoltà di armonizzazione del suo Legendarium. Vediamoli uno per uno con attenzione.

Il problema dell’assenza degli Hobbit. Nei due libri de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” gli hobbit non solo svolgono il ruolo di protagonisti ma fungono anche da intermediari fra il lettore e il mondo fantastico ideato da Tolkien. Gli hobbit sono l’incarnazione del lettore e della sua ignoranza della Terra di Mezzo: con la scusa di spiegare le vicende storiche ed attuali del suo mondo secondario agli hobbit, Tolkien può fare lo stesso nei confronti del lettore. C’è di più: gli hobbit sono dei protagonisti “moderni” e “borghesi”, che si trovano immischiati in faccende “antiche” ed “epiche”. Parte del fascino della narrazione tolkeniana deriva proprio dalla costante interazione fra questi due mondi apparentemente opposti, il buonsenso hobbit contrapposto al dramma e all’epicità. Nelle storie della Prima e della Seconda Era, che sono il cuore centrale del Silmarillion, non ci sono hobbit e senza la loro presenza viene meno anche una sicura guida per il lettore, senza considerare la stranezza in sé della mancanza di hobbit in un’opera che va a collegarsi agli altri romanzi, dove invece la loro presenza è fondamentale. 

Mancanza dell’impressione di profondità della storia. Sia “Lo Hobbit” che “Il Signore degli Anelli” sono ambientati temporalmente alla fine della Terza Era della Terra di Mezzo e sono il culmine di vicende iniziate millenni prima. Queste vicende non vengono esposte chiaramente ma appena accennate tramite racconti o poesie. L’effetto finale che si ottiene è quello di una incredibile profondità storica, conferita proprio da questo passato mitico appena accennato, che lascia nel lettore la curiosità (insoddisfatta) di saperne di più. Il Silmarillion, andando a svelare questo passato leggendario, non solo avrebbe potuto rovinare tale effetto ma, e questo è il problema più grande, non avrebbe potuto beneficiare di questo effetto di profondità, proprio a causa della sua narrazione cronologica che inizia dalla creazione del mondo!

 

Il rischio di dire o svelare troppo. Questo punto è un po’ complesso e va spiegato bene. Gli eroi di Tolkien affrontano pericoli e minacce senza sapere come andrà a finire, ma soprattutto senza poter contare su aiuti che non dipendano dai loro alleati o dal loro stesso coraggio. In tutta la narrazione de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” ci sono dei passaggi in cui il caso sembra favorire i nostri eroi, come il vento nelle vele della flotta di Aragorn che gli permette di arrivare in tempo sotto Minas Tirith o quando Frodo e Sam trovano un piccolo ruscello di acqua potabile a Mordor. Leggendo il Silmarillion veniamo a conoscenza dei Valar e delle loro sfere di influenza. Scopriamo così, dunque, che l’aria è il dominio del Supremo Manwe mentre le acque appartengono a Ulmo, il Signore dei Mari. Ciò che prima appariva semplicemente come un caso, la lettura del Silmarillion può trasformarlo in un chiaro aiuto soprannaturale. In se non c’è nulla di male, nella storia ci sono effettivamente degli aiuti in tal senso, come le Aquile che salvano Gandalf o la Fiala di Galadriel impugnata da Sam contro Shelob. Tuttavia, se l’influenza occulta dei Valar venisse svelata, si potrebbe iniziare a pensare che il viaggio di Frodo e Sam a Mordor non sia così disperato, poiché costantemente vegliati da un potere superiore, con il rischio di far venire meno quel tipo di “eroismo nordico” così caro a Tolkien, ed anche di infastidire il lettore con queste rivelazioni. La lettura de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” lascia intendere che ci sono delle potenze superiori, ma non al punto di svelare direttamente se taluni eventi accadano per caso o perché diretti dal destino, il lettore non potrà mai averne certezza. Il Silmarillion, invece, con le sue spiegazioni e rivelazioni, rischia di rovinare questo stato di incertezza, togliendo valore e coraggio alle scelte dei personaggi.


Difficoltà di armonizzare il Legendarium. La Terra di Mezzo descritta ne “Lo Hobbit” e ne “Il Signore degli Anelli” è un mondo ricco di nomi e personaggi senza eguali. Il successo de “Il Signore degli Anelli”, in particolare, si fonda su un immenso serbatoio di fatti, nomi ed eventi perfettamente incastrati fra di loro. Il Silmarillion avrebbe dovuto non solo eguagliare tale complessità, ma anche porsi in totale continuità con esso, senza contraddire quanto già scritto. Il Tolkien degli ultimi anni, con le spiegazioni fornite nelle sue lettere e i tentativi continui di riscrivere il Silmarillion, appare devoto ad un tentativo di razionalizzazione e classificazione della sua opera. La ricchezza di nomi e di fatti delle sue precedenti opere, tuttavia, rendeva quasi impossibile riuscire in questa impresa, senza considerare il rischio, come spiegato al punto precedente, di dire o svelare troppo, oltre ad esporsi a potenziali contraddizioni (es. se i Nazgul hanno timore dell’acqua, come si legge nei Racconti Incompiuti, come hanno fatto ad attraversare tutto l’Eriador per dare la caccia a Frodo?). Il problema degli orchi è un altro esempio di questa difficoltà. Dalla lettura delle prime opere si evince chiaramente che gli orchi svolgono il semplice ruoli di “carne da cannone” per gli eserciti del male, e vengono uccisi dagli eroi senza troppi problemi o rimorsi. Nel Silmarillion leggiamo però che il male non può creare, ma solo imitare, e scopriamo che gli orchi non sono altro che elfi corrotti. Questo però significa che neppure gli orchi sono malvagi dall’origine e che anche loro potrebbero essere redenti. Tolkien si rese conto del problema e da alcuni scritti si può notare come stesse elaborando una soluzione, che però non vide mai la luce.

 

A questo punto, credo vi sia chiaro come la pubblicazione del Silmarillion come un corpo uniforme ed armonico con le sue precedenti opere fosse un’impresa ardua, troppo ardua persino per lo stesso Tolkien. Un’impresa che riuscì al figlio Christopher, sia pure al rischio di inevitabili tagli e manipolazioni che il padre non sarebbe riuscito a fare. Di tutto ciò si deve comunque essere grati a Christopher, perché grazie a lui abbiamo potuto fare luce sugli eventi dei Tempi Remoti e restare affascinati da figure come Feanor, Beren e Turin.

sabato 6 aprile 2024

La serialità dalla A alla Z

 

Ben ritrovati sul blog. Mentre ero alla ricerca di un argomento interessante per un pezzo e dare così seguito all’impegno preso alla fine dello scorso anno di scrivere nuovi articoli, mi sono imbattuto nella parola “requel”, un termine legato alle meccaniche della serialità che ha destato la mia attenzione. Per via della mia formazione fumettistica, in particolare Marvel e DC, ho sempre avuto una buona familiarità con termini quali reboot, crossover, spin-off. Il fumetto super-eroistico seriale americano è sempre stato più avanti rispetto ad Hollywood che, remake a parte, era abbastanza fermo al palo. Con gli anni ’80 sono arrivati i sequel, poi qualche timido prequel, e solo l’arrivo su celluloide dei film dedicati ai super eroi ha sdoganato l’utilizzo degli altri termini relativi alla serialità. Per la sua oscurità, tuttavia, il termine “requel” ha sorpreso anche me, e mi ha dato lo spunto per questo articolo, in cui analizzerò tutti (o quasi) i termini più comuni legati alle meccaniche della serialità. Il punto di vista principale, per quanto riguarda gli esempi, saranno i film. Andiamo a cominciare!



Ogni universo narrativo nasce da un’opera madre, che per semplicità chiameremo il film originale. Alien (1979), Matrix (1999), Halloween (1978), Predator (1987) sono tutti esempi di film originali. Poteva finire lì, ma l’arrivo di un sequel ha trasformato questi film in qualcosa di più. Un sequel è un seguito diretto alla storia narrata dal film originale. Il sequel riprende una storia che poteva definirsi conclusa e presenta dei fatti accaduti dopo quelli raccontati nella prima opera, utilizzando nella maggior parte dei casi la medesima ambientazione e gli stessi protagonisti dalla prima vicenda. Ecco quindi Aliens – Scontro Finale (1986), con Ripley di nuovo alle prese con gli xenomorfi; ecco tornare Micheal Myers in Halloween 2 – Il Signore della Morte (1981); ecco Predator 2 (1990), che sposta l’avventura dalla giungla tropicale ai grattacieli di Los Angeles. In Predator 2 abbiamo nuovi personaggi e nuova ambientazione ma le vicende del primo film sono citate in un scambio di battute tra il protagonista Mike Harrigan e gli agenti governativi a caccia dell’alieno. L’unica vera regola che un sequel dovrebbe seguire è di fare le cose più in grande rispetto al primo film, e Aliens – Scontro Finale lo esemplifica in maniera superba: nel primo film c’è un solo alieno, nel secondo ce ne sono centinaia!


Un sequel può avere un sequel a sua volta. L’arrivo di un ulteriore sequel può portare alla chiusura di una storia più vasta, come per Star Wars – Il Ritorno dello Jedi (1983), Matrix Revolutions (2003), I Pirati dei Caraibi – Oltre i Confini del Mare (2011) o Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re (2003). I casi appena citati formano un chiaro esempio di saga o di trilogia. A volte il sequel del sequel porta semplicemente ad una nuova storia, che viene chiusa, lasciando magari spazio ad ulteriori sequel. E’ questo il caso dei vari seguiti di Rocky: ogni film vede l’arrivo di un nuovo sfidante (o di una rivincita), mentre la vita del nostro protagonista prosegue. Un altro esempio possono essere i vari sequel di Halloween o di Venerdì 13: alla fine di ogni film Micheal Myers o Jason Voorhees vengono sconfitti, ma raramente uccisi, così che possano tornare per il prossimo film (e se muoiono, possono sempre tornare in vita, come in Venerdì 13 parte VI: Jason Vive, del 1986).


Cosa succederebbe, però, se la narrazione, invece di andare “avanti”, come avviene nei sequel, tornasse indietro per mostrare fatti antecedenti al film originale? In questo caso avremo un prequel, ossia un antefatto, un film in cui gli eventi narrati si svolgono cronologicamente prima del film originale. Sono esempi di prequel i primi tre episodi di Star Wars, temporalmente antecedenti alle avventure di Luke Skywalker, dove il protagonista è Anakin, suo padre. Allo stesso modo, i tre film de Lo Hobbit fungono da prequel alla trilogia de Il Signore degli Anelli. Se parliamo di film singoli, sono dei prequel X-Men: L’Inizio (2011), Il Padrino – Parte II (1974), Underworld – La Ribellione dei Lycans (2009). Anche un prequel può generare un sequel: un esempio è Alien Covenant (2017), che è il sequel di Prometheus (2012), prequel di Alien (1979). Riassumendo, prequel e sequel fanno riferimento alla posizione cronologica di una storia rispetto ad un’altra. Avremo un prequel se i fatti narrati sono antecedenti alla storia originale, avremo un sequel se le vicende sono posteriori a quanto già raccontato.


Fino a qui le cose sono abbastanza semplici. Iniziamo a complicarle con uno spin-off. Anche lo spin-off deriva da un film principale, di cui in genere mantiene l’ambientazione, ma narra una storia ad esso parallela, focalizzandosi su personaggi diversi, di solito secondari rispetto al film primario. Lo spin-off, quindi, è un film incentrato su elementi o personaggi secondari di un’opera precedente. Fra gli esempi, abbiamo I Minions, buffi mostriciattoli che sono apparsi originariamente nei film della saga Cattivissimo Me, oppure i film con protagonista Adonis Creed, figlio di Apollo Creed e rivale di Rocky. Anche i film di Wolverine, divenuti una trilogia, sono uno spin-off della saga principale degli X-Men. Altro esempio il film Hobbs & Shaw (2019), con protagonisti due personaggi non protagonisti già apparsi nella saga Fast & Furious. Una menzione d’onore va al Re Scorpione (2002), che riesce ad essere contemporaneamente sia uno spin-off che un prequel de La Mummia (1999).


Prendiamo ora in considerazione il cross-over, storia in cui compaiono personaggi o elementi di più universi narrativi. Non sto parlando di meri omaggi o citazioni, ma di una storia in cui si incontrano personaggi appartenenti ad universi narrativi fino ad allora separati. Qualche esempio? Freddy vs Jason (2003), in cui si scontrano gli iconici cattivi delle saghe di Nightmare e Venerdì 13; Alien vs Predator (2004), dove i due alieni delle rispettive saghe se le danno di santa ragione; Batman V Superman – Dawn of Justice (2016), con il primo incontro fra il Cavaliere Oscuro e l’Uomo d’Acciaio; The Avengers (2012), film corale della prima fase del Marvel Cinematic Universe, dove tutti i super eroi, sino ad allora presentati in singoli film, si uniscono per affrontare un minaccia fuori scala.


Alziamo l’asticella e proseguiamo con un concetto complicato come la retcon. Il termine è una contrazione delle parole inglesi retroactive continuity e indica una modifica alla forma o al contenuto di una narrazione già nota, che consente di creare una storia alternativa dove la trama o i personaggi sono in conflitto con quanto narrato in precedenza. In sostanza è un espediente narrativo per modificare eventi e situazioni descritte in precedenza e adattarle a nuovi sviluppi della storia o per correggere preesistenti violazioni/errori della linea narrativa. Highlander 2 (1991), con la sua trama raffazzonata, annulla tutta la tradizione e il background storico-sovrannaturale del primo film, decidendo che Ramirez e Connor MacLeod siano degli alieni (!!!). I film Deadpool (2016) e Deadpool 2 (2018) reintroducono questo personaggio nell’universo mutante, riscrivendo la sua prima apparizione avvenuta nel film X-Men Le Origini – Wolverine (2009). In Spiderman 3 (2007) viene rinarrata la vicenda dell’omicidio dello zio Ben (già mostrata, con tanto di colpevole, nel primo Spiderman del 2002), attribuendone la responsabilità a Flint Mark, l’Uomo Sabbia.


Passiamo ora a qualcosa di semplice e torniamo a focalizzarci sul il film principale. Oltre a sequel o prequel, il film originale potrebbe subire dei trattamenti particolari, come il remake o il reboot. Il remake è il rifacimento di un singolo film ben definito a distanza di un certo periodo di tempo dall’originale. Nel remake la trama e i personaggi restano (abbastanza) fedeli all’originale, con pochi cambiamenti. Si tratta di una nuova versione della stessa storia, magari cambiando ambientazione o epoca, ma senza clamorose variazioni alla trama e ai personaggi principali. Fra gli esempi di remake abbiamo La Cosa (1982) di John Carpenter, Scarface (1983) di Brian De Palma, La Mosca (1986) di David Cronenberg, Ocean’s Elevn (2001) di Steven Soderbergh, The Ring (2002) di Gore Verbinski (lascio a voi divertirvi a cercare i film originali). Il reboot è il riavvio di un intero franchise e non è circoscritto ad una singola opera bensì ad un gruppo di opere appartenenti al medesimo universo narrativo. L’idea è di iniziare (riavviare) un nuovo franchise e poter quindi girare diversi sequel. E’ il riavvio di una narrazione ormai esaurita, che viene riscritta e rilanciata, prendendo spunto solo da alcuni dettagli e personaggi dell’originale. Qualche esempio? La serie dei film Amazing Spiderman con Andrew Garfield rispetto agli Spiderman di Sam Raimi; Jumanji (2017) e il suo sequel rispetto al Jumanji con Robin Williams; Halloween – The Beginning (2007) e il suo seguito, per la regia di Rob Zombie, rispetto al film originale di Carpenter. C’è da dire che talvolta la differenza tra remake e reboot è labile, per non dire complicata. La Mummia (1999) e i suoi seguiti che rapporti hanno con il film La Mummia del 1932? E La Mummia del 2017 con Tom Cruise cosa sarebbe? Il reboot del reboot? Oppure: sia Venerdì 13 che Nightmare hanno avuto un reboot, ma lo scarso successo al botteghino non gli ha permesso di generare ulteriori seguiti. Si potrebbero, quindi, considerarli dei semplici remake?


Veniamo infine al termine requel, la parola che è stata indirettamente la causa scatenante di questo articolo. Il requel è un film che rivisita e ripropone il tema di un altro film, solitamente di grande successo, ma non è un remake, né un sequel e neanche un reboot. Non è un remake perché questo solitamente si limita a riproporre per filo e per segno la narrazione passata; non è un sequel perché non è una continuazione lineare della trama del film originale; non è un reboot perché questo prende il prodotto originale e ne stravolge gli eventi. Il requel (contrazione delle parole reboot e sequel) è un prodotto che sfrutta gli elementi di un film già esistente, senza esserne un rifacimento e senza rientrare in una specifica sequenza temporale. Nel requel c’è spesso la volontà di far apparire l’intera narrazione in modo diverso: se ne riprendono alcune figure e vicende ma la storia è ampliata al punto da renderla quasi priva di accenni o richiami all’opera originaria. Il requel sfrutta le caratteristiche di un altro film, proiettandolo narrativamente nel futuro, unendo i concetti di reboot e sequel insieme. Fondamentalmente è un sequel che abbraccia le strutture fondanti e le costanti del film di riferimento, ma anche le sue mutazioni. Qualche esempio? Casino Royale (2006) appartiene alla saga di 007, ma di fatto ne è un rilancio da zero. Altri esempi sono Scream (2022), Matrix Resurrections (2021), Mad Max Fury Road (2015), Ghostbusters: Legacy (2021), Jurassic World (2015), Halloween di David Gordon Green (2018).



domenica 31 dicembre 2023

Un anno turbolento

Buone feste e buon anno a tutti. Scrivo questo post nell'ultimo giorno di questo 2023, un giorno nuvoloso e inquieto, turbolento come l'anno a cui appartiene. Chi segue questo blog da tempo, avrà certamente notato come raramente riesco a scrivere più di un articolo l'anno, e ammetto che questo pezzo lo sto facendo unicamente per tradizione, per non lasciare la colonnina laterale degli anni senza il 2023. Questo perchè, come ho detto, l'anno che sta volgendo al termine è stato parecchio caotico per il sottoscritto e, pur animato da buone intenzione, non sono riuscito a portare nessun articolo.

Devo riconoscere che ormai i blog sono un media superato, chi tratta di argomenti nerd lo fa tramite YouTube, Twitch o i vari social. Non è soltanto il fatto (assolutamente vero) che la gente legge poco e preferisce un video al doversi leggersi una schermata di testo, ma conta anche il fatto che il mondo attuale è un mondo di informazioni velocissime, e nel tempo a me necessario per fare un articolo sono già usciti mille video sull'argomento.

Resta però il fatto che a me piace scrivere e, anche solo come hobby, voglio cercare di tenere il blog attivo, sia pure con uno o due articoli l'anno, ed è per questo che sono molto dispiaciuto di non essere riuscito a portare nulla per questo 2023. Vi offro, in cambio, le mie buone intenzioni per il prossimo anno e vi anticipo un paio di articoli: in uno vorrei fare le recensione di alcuni libri fantasy che ho letto di recente, nell'altro vorrei trattare i giochi di ruolo che utilizzano il sistema Forged in the Dark. Rinnovo a tutti gli auguri di buon anno e spero di riuscire a restare fedele a quanto promesso (e magari di trovare qualche nuovo lettore per il 2024).

mercoledì 9 novembre 2022

Leggere Tolkien: da dove iniziare?

 

Ben ritrovati sul blog. Complice l’uscita de “Gli Anelli del Potere”, la serie di Amazon Prime che mette in scena la Seconda Era della Terra di Mezzo, su internet sono apparsi numerosi articoli e video dedicati al mondo di J.R.R. Tolkien. Non solo recensioni ed analisi della serie, come è logico aspettarsi, ma anche riflessioni sull’opera di Tolkien in generale. Al di là di quello che pensate della serie, è innegabile che la grande attenzione mediatica a lei dedicata ha portato nuove persone ad interessarsi (e spero ad appassionarsi) a Tolkien ed alla Terra di Mezzo. In particolare, mi sono imbattuto in diversi video in cui si cerca di spiegare, al lettore neofita, quale sia il giusto ordine per approcciarsi agli scritti di Tolkien. Purtroppo, ed è il motivo per cui sto scrivendo questo articolo, in alcune occasioni è stato suggerito un approccio cronologico, che indica il Silmarillion quale primo libro da cui iniziare. Anche senza non considerare la maggior difficoltà di lettura di un’opera come il Silmarillion rispetto allo Hobbit o al Signore degli Anelli (difficoltà che potrebbe mettere seriamente a rischio il proseguo della lettura di tutto il ciclo Tolkeniano), ritengo questo approccio totalmente sbagliato per almeno due motivi.

 

Prima di analizzare questi motivi, però, facciamo un passo indietro e cerchiamo di classificare rapidamente le opere di Tolkien (sia quelle scritte direttamente da lui, che quelle pubblicate dal figlio). Le opere principali di Tolkien sono lo Hobbit e il Signore degli Anelli. Sono gli unici libri pubblicati da lui stesso in vita e sono strettamente legati. Ne “Lo Hobbit” viene narrata un’avventura di Bilbo Baggins con i nani, Gandalf, Gollum e il drago Smaug; potrebbe anche finire qui, se non fosse che Bilbo trova un piccolo anello d’oro in grado di renderlo invisibile. Questo anello è l’Unico Anello, forgiato da Sauron, l’Oscuro Signore ed è l’evento che darà il via agli eventi e alle battaglie ne “Il Signore degli Anelli”. Bilbo è invecchiato, pertanto il testimone passa a suo nipote Frodo, che insieme a Sam, Merry e Pipino, rappresenteranno la gente piccola (e in definitiva il lettore) all’interno di un mondo che, rispetto a quanto mostrato nel primo libro, aumenta esponenzialmente di dimensioni, complessità, intrecci e personaggi. Il Silmarillion, opera a cui Tolkien lavorò per tutta la vita ma che non terminò mai, è di fatto un gigantesco prequel/antefatto degli eventi presentati negli altri due libri. È una storia dell’intero mondo di Arda, con la sua creazione, le sue pseudo-divinità, la nascita degli elfi e degli uomini e tanto altro ancora. Non c’è un protagonista unico, ma tanti eventi e personaggi che coprono millenni di tempo vissuto. Se vi viene in mente la Bibbia, non siete troppo lontani dalla verità. I Racconti Incompiuti sono scritti su vari argomenti che approfondiscono la storia di alcuni eventi, personaggi o addirittura oggetti (es. i Palantiri). 

Cosa resta? Restano i Racconti Perduti (2 volumi), parti di un’opera più grande in 12 volumi (la storia della Terra di Mezzo, ancora inedita in Italia ma le cose stanno per cambiare), pubblicata da Christopher, il figlio di Tolkien, che contengono le versioni precedenti e/o scartate de “Il Silmarillion”; restano le varie lettere di Tolkien ad amici, parenti e scrittori, utili a capire il pensiero dell’autore; restano libri come “I figli di Hurin”, “Beren e Luthien” e “La caduta di Gondolin”, che espandono storie già presenti nel Silmarillion, anche queste pubblicate postume. Nessuna di queste opere ci interessa ai fini di decidere in che ordine approcciarsi agli scritti di Tolkien: non solo alcune non sono neppure narrativa (es. le lettere) ma abbiamo a che fare con bozze o versioni preliminari di qualcosa che troveremo in forma compiuta nei libri principali. Rimangono dunque quattro opere (quelle in neretto). Il Silmarillion, come si è già accennato, non è adatto ad introdurre un nuovo lettore al mondo di Tolkien (un po' di pazienza e spiegherò perché); i Racconti Incompiuti neppure, in quanto espandono la conoscenza di luoghi e personaggi che già si dovrebbero conoscere. Restano lo Hobbit e il Signore degli Anelli. Cronologicamente parlando, lo Hobbit viene prima, avrebbe senso iniziare da lì. Si tratta di un testo snello, scritto come fosse una fiaba, forse perfetto per chi vuole iniziare. Ho scritto forse, però. Proprio il suo essere una fiaba allontano lo Hobbit da quello che la gente si aspetta da Tolkien, una narrativa fantasy epica. Il Signore degli Anelli riassume ampiamente l’antefatto da cui prende il via (la scoperta dell’anello di Bilbo) e fornisce molte più informazioni sugli hobbit e la Contea di quanto non facesse il libro precedente. Pertanto, è assolutamente possibile iniziare direttamente dalla “piatto principale”, immergendosi subito nella Guerra dell’Anello e recuperando in seguito lo Hobbit. Sono entrambe scelte valide: seguire un percorso cronologico o puntare direttamente al cuore della storia. Quello che è sicuramente sbagliato, invece, è iniziare con il Silmarillion, e ora (finalmente) vi spiegherò il perché.

 

Il primo motivo per non iniziare a leggere Tolkien con il Silmarillion è, paradossalmente, proprio di natura cronologica. Il Silmarillion narra con grande dettaglio gli eventi della Prima Era, ma non trascura né la Seconda Era, a cui dedica un esteso capitolo, né la Terza Era, riassumendo in breve gli eventi dello Hobbit e del Signore degli Anelli. Questo vuol dire che, se un nuovo lettore iniziasse a leggere Tolkien con il Silmarillion, si farebbe un grosso “spoiler” su tutti gli altri libri. Astrattamente, sarebbe forse possibile iniziare a leggere il Silmarillion, fermarsi al momento giusto, leggere lo Hobbit e il Signore degli Anelli, quindi completare il Silmarillion. Questo approccio però, per un nuovo lettore, risulterebbe molto complicato, senza considerare che trovare il momento corretto in cui interrompere la lettura del Silmarillion non è affatto facile.

In ogni caso, c’è secondo motivo che sconsiglia tutto ciò, ed è quello più importante di tutti. Gran parte del fascino del Signore degli Anelli sta nell’impressione di una storia più ampia sullo sfondo. Gli eventi del libro si svolgono sul finire della Terza Era, quindi al culmine di millenni di storia passata. Questi eventi conferiscono antichità alla Terra di Mezzo e le danno un background (oggi si direbbe una “lore”) che rende più credibile, reale ed affascinante la storia narrata. Quando Aragorn accenna alla storia di Beren e Luthien, quando Elrond racconta di Celebrimbor, o nel canto di Gimli a Moria, tutti questi rimandi al passato mitico della Terra di Mezzo danno all’opera una profondità senza paragoni. Lo stesso Tolkien rifletteva se fosse il caso di narrare (e pubblicare) le molte storie che fanno da sostrato alla Guerra dell’Anello. Il rischio, secondo lo stesso autore, era di togliere la magia all’opera principale, senza considerare poi che le varie storie, singolarmente prese, non avrebbero avuto una cornice narrativa. Il Silmarillion è un’opera affascinante, non semplice da leggere, e noi lettori siamo grati a Christopher Tolkien per averla pubblicata. Quel che è certo, però, è che iniziare a conoscere Tolkien con il Silmarillion è uno sbaglio che si rischia di pagar caro, rovinandosi la lettura de Lo Hobbit e del Signore degli Anelli e togliendo a queste opere la loro specificità. Il Silmarillion si può meglio apprezzare dopo aver letto i libri principali di Tolkien: solo allora il lettore avrà la capacità di capire la monumentalità di quest’opera.