Quelli che seguono questo blog da un po’ di tempo (sperando ce ne siano ancora), avranno notato che raramente scrivo più di un articolo l’anno e che questo articolo non è mai correlato ad un argomento “attuale”. Con ciò voglio dire che gli articoli che scrivo sono ragionati, meditati, mi prendo molto tempo per scriverli e il soggetto del pezzo non è influenzato da ciò che sta avvenendo nel mondo reale al momento della sua pubblicazione. Restando ai pezzi più recenti, ad esempio, si può notare che ho trattato molto Tolkien, ma non l’ho fatto perché andasse di moda o per commentare l’inguardabile serie “Gli Anelli del Potere” su Amazon, l’ho fatto semplicemente perché sono un grosso appassionato delle opere del professore di Oxford.
Andiamo a cominciare e partiamo da un termine che salta fuori piuttosto spesso quando viene criticato il film, ovvero che sarebbe un’americanata. Un’americanata. Fatta da Christopher Nolan. Un regista inglese che più inglese non si può. Un regista algido, estremamente formale e cerebrale. Un regista che basta vedere la sua filmografia per capire quanto il suo stile sia l’opposto di un’americanata. Però il critico da tastiera, senza aver visto il film, è sicuro che sarà un’americanata…
Smontiamo con calma queste affermazioni. Innanzitutto Achille NON c’è nella pellicola. Zero. Non pervenuto. Elliot Page interpreta un guerriero greco, Sinone, un compagno di Ulisse. Il popolo dell’internet però era sicuro che interpretasse Achille e chiaramente una persona trans non avrebbe dovuto. Meglio Brad Pitt di Troy, così bello e fiero, dai caratteri somatici tipicamente greci… Anche adesso che il film è uscito e che l’assenza di Achille è acclarata, i critici continuano imperterriti, e se glielo si fa notare, scuotono le spalle e dicono che “è la stessa cosa”. Passiamo a Elena di Troia. Si potrebbe fare un lungo discorso sul fatto che manchi una descrizione effettiva del personaggio nell’opera e che “dalle bianche braccia” indica la nobiltà e il rango del personaggio, e sta a significare che, non lavorando nei campi, mantiene la pelle “bianca”, ma non voglio farlo, perché non voglio difendere la scelta di Nolan utilizzando questi sofismi. La risposta, semplice e chiara, è che il cinema è finzione, e un attore può interpretare qualunque ruolo, il colore della pelle è, salvo rarissime eccezioni, non rilevante. Fatevi una domanda: il colore di Elena ha una qualunque minima importanza per la trama dell’opera? Se la risposta è no (come quasi sempre e come avviene in questo caso), allora chiunque può interpretare chiunque. Semplice. E la coerenza storica, direbbe qualcuno? Ma l’Odissea NON è un’opera storica, è mito. I suoi personaggi sono simboli, icone che vengono reinterpretate nei secoli. Non siete convinti? Facciamo un esempio recente: chi sono realmente Superman e Batman se non la versione moderna e pop di Achille e Ulisse? Achille, un guerriero invincibile con un punto debole e Ulisse, l’eroe umano e astuto, sono l’archetipo base di infiniti personaggi, fra cui i nostri amati super eroi. Superman? Enormi poteri ma vulnerabile alla kryptonite; Batman? Non ha poteri, è un semplice umano, ma è intelligente e scaltro.
Veniamo così alla fine, ovvero alla bontà di tutta l’operazione, al senso di portare a schermo l’Odissea. Un regista deve rispettare in maniera pedissequa l’opera originale? Se non si copia 1:1 l’opera madre, è un tradimento? Il punto sembra complesso ma in realtà è infinitamente semplice. I libri sono libri, parole scritte; il cinema sono immagini in movimento. Già questo basta a capire che ogni opera “tratta da” oppure “ispirata da” non potrà mai essere uguale all’originale. Si parla, infatti, di adattamento, perché non potrebbe essere altrimenti. Un film copia del poema omerico durerebbe ben più delle quasi 3 ore del film di Nolan, tanto per iniziare. Ma poi, ne varrebbe davvero la pena? Da quando l’aderenza totale ad un’opera originaria dovrebbe essere un valore fondamentale per giudicare l’opera derivata? Sì, è possibile trovare un momento dove tutto questo è cominciato, circa 20 anni fa, con l’uscita de “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson. Ma, indicazione temporale a parte, penso che tutto coincida con un impoverimento culturale e mentale dello spettatore medio. Fateci caso: le recensioni di oggi si concentrano principalmente sulla trama (il cosa) invece che della messa in scena (il come), oppure sulle differenze con l’opera madre, se si tratta di opera derivata. Ma perché? Perché discutere di queste cose è facile e immediato ed è l’unico fattore che lo spettatore medio riesce a decodificare. Inutile parlargli di regia, fotografia, significati, metafore, non le capirebbe. Resta ancorato alla trama e alle differenze con l’opera madre, giudicando spazzatura qualunque cosa vi si discosti. Ma non è così. Non deve essere così. Un film è altro rispetto ad un libro, il cinema ha il suo linguaggio e i suoi tempi, mentre i registi devono potere essere liberi di fare quello che vogliono, perché l’arte deve essere libera. È sciocco criticare un’opera perché in originale questo o quello era diverso. Di solito, non è importante. L’autore del film ha una sua visione e la mette in scena. Giudicate la sua interpretazione, dite se vi è piaciuta o no, ma fatelo per quello che si vede a schermo, non in maniera preventiva sulla base di informazioni false o in malafede. È meglio un film che sia la copia di un libro ma che poi non è capace di emozionare, oppure un film che si discosta dal materiale originale ma che vi emoziona e sia capace di parlare al vostro cuore?
[1] Val la pena far notare che l’attrice interpreta anche Clitennestra, la sorella di Elena (anche lei a schermo per pochissimo tempo) e che la scena in cui si vede l’attrice Lupita Nyong’o circondata dalle guardie, utilizzata per irridere la sua scelta come Elena, in realtà è una scena in cui interpreta Clitennestra. Così, tanto per mettere i puntini sulle i.




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