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domenica 15 giugno 2025

Perchè Tolkien non è riuscito a terminare il Silmarillion

Cari amici del blog, fedele alla promessa di portarvi nuovi articoli, mi presento a voi con un pezzo dedicato a Tolkien e alla sua mitologia che, spero, troverete interessante. Tutti quelli che hanno un minimo di dimestichezza con la Terra di Mezzo e le sue storie sanno che Tolkien pubblicò “Lo Hobbit” nel 1936 e “Il Signore degli Anelli” tra il 1954 e il 1955 ma, nonostante abbia lavorato sul Silmarillion sin dal 1917, non riuscì mai a produrne una versione definitiva da dare alle stampe, impresa che riuscì solo al figlio Cristopher nel 1977, quattro anni dopo la morte del padre. Diciotto lunghi anni passarono tra la pubblicazione del Ritorno del Re (libro conclusivo del Signore degli Anelli) e la morte del nostro amato professore, diciotto anni privi di pubblicazioni di rilievo e in cui si ridussero gli impegni accademici che potessero distrarlo dal compito di dare una versione finale e definitiva al Silmarillion. Perché, allora, Tolkien non riuscì a portare a termine la sua opera? Perché un autore capace e meticoloso come Tolkien, apparentemente senza altri impegni gravosi, non riuscì a dare una sistemazione definitiva a del materiale su cui lavorava da decenni? Sono certo che ogni vero fan prima o poi si è posto questa domanda, a cui tenterò di dare una risposta, basandomi sulla biografia del professore di Oxford e sugli scritti di altri autori, in particolare Tom Shippey (ogni appassionato di Tolkien dovrebbe leggere almeno una volta la sua monumentale opera “La via per la Terra di Mezzo”).

Come ogni cosa nel mondo reale (il mondo primario, direbbe Tolkien), le cose non sono mai semplici: diversi motivi, saldandosi insieme, hanno cospirato contro il nostro professore al punto da rendergli impossibile terminare la sua opera. Per comodità di esposizione, distinguerò questi motivi in due macro categorie ovvero quelli personali e quelli puramente letterari. I motivi personali sono un coacervo di situazioni dovuti all’età avanzata, alla perdita dei suoi amici storici, all’incapacità di imporsi una rigida disciplina di scrittura, al continuo procrastinare delle cose e nel tempo speso scrivendo lettere di risposta agli ammiratori. Tolkien non era più un giovincello, e già la scrittura del Signore degli Anelli gli costò diversi anni. In un contesto caratterizzato da un lento declino delle sue forze e dall’incapacità di forzarsi al tavolo di scrittura, il genio del professore si disperse in lettere o nella sistemazione dei suoi precedenti scritti. Le lettere (agli amici, agli editori e ai fan) in cui spiega o chiarisce determinati punti dei suoi romanzi sono interessantissime da leggere, ma resta ineludibile il fatto che non riuscì a terminare il Silmarillion, l’opera che più gli stava a cuore.

Un attento lettore potrebbe notare che non mancarono del tutto le energie a Tolkien, solo che le indirizzò dalla parte sbagliata: chiarire e spiegare il pregresso piuttosto che impegnarsi nel nuovo. Questa riflessione tira in ballo la seconda categoria, quella dei motivi letterari. Forse senza rendersene conto, ma più probabilmente con piena coscienza, Tolkien si rese conto di essere finito in trappola, in un vicolo cieco letterario. I motivi letterari che si opponevano alla conclusione del Silmarillion si possono riassumere nella assenza degli hobbit, nella mancanza di profondità storica, nel rischio di dire o spiegare troppo e nella difficoltà di armonizzazione del suo Legendarium. Vediamoli uno per uno con attenzione.

Il problema dell’assenza degli Hobbit. Nei due libri de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” gli hobbit non solo svolgono il ruolo di protagonisti ma fungono anche da intermediari fra il lettore e il mondo fantastico ideato da Tolkien. Gli hobbit sono l’incarnazione del lettore e della sua ignoranza della Terra di Mezzo: con la scusa di spiegare le vicende storiche ed attuali del suo mondo secondario agli hobbit, Tolkien può fare lo stesso nei confronti del lettore. C’è di più: gli hobbit sono dei protagonisti “moderni” e “borghesi”, che si trovano immischiati in faccende “antiche” ed “epiche”. Parte del fascino della narrazione tolkeniana deriva proprio dalla costante interazione fra questi due mondi apparentemente opposti, il buonsenso hobbit contrapposto al dramma e all’epicità. Nelle storie della Prima e della Seconda Era, che sono il cuore centrale del Silmarillion, non ci sono hobbit e senza la loro presenza viene meno anche una sicura guida per il lettore, senza considerare la stranezza in sé della mancanza di hobbit in un’opera che va a collegarsi agli altri romanzi, dove invece la loro presenza è fondamentale. 

Mancanza dell’impressione di profondità della storia. Sia “Lo Hobbit” che “Il Signore degli Anelli” sono ambientati temporalmente alla fine della Terza Era della Terra di Mezzo e sono il culmine di vicende iniziate millenni prima. Queste vicende non vengono esposte chiaramente ma appena accennate tramite racconti o poesie. L’effetto finale che si ottiene è quello di una incredibile profondità storica, conferita proprio da questo passato mitico appena accennato, che lascia nel lettore la curiosità (insoddisfatta) di saperne di più. Il Silmarillion, andando a svelare questo passato leggendario, non solo avrebbe potuto rovinare tale effetto ma, e questo è il problema più grande, non avrebbe potuto beneficiare di questo effetto di profondità, proprio a causa della sua narrazione cronologica che inizia dalla creazione del mondo!

 

Il rischio di dire o svelare troppo. Questo punto è un po’ complesso e va spiegato bene. Gli eroi di Tolkien affrontano pericoli e minacce senza sapere come andrà a finire, ma soprattutto senza poter contare su aiuti che non dipendano dai loro alleati o dal loro stesso coraggio. In tutta la narrazione de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” ci sono dei passaggi in cui il caso sembra favorire i nostri eroi, come il vento nelle vele della flotta di Aragorn che gli permette di arrivare in tempo sotto Minas Tirith o quando Frodo e Sam trovano un piccolo ruscello di acqua potabile a Mordor. Leggendo il Silmarillion veniamo a conoscenza dei Valar e delle loro sfere di influenza. Scopriamo così, dunque, che l’aria è il dominio del Supremo Manwe mentre le acque appartengono a Ulmo, il Signore dei Mari. Ciò che prima appariva semplicemente come un caso, la lettura del Silmarillion può trasformarlo in un chiaro aiuto soprannaturale. In se non c’è nulla di male, nella storia ci sono effettivamente degli aiuti in tal senso, come le Aquile che salvano Gandalf o la Fiala di Galadriel impugnata da Sam contro Shelob. Tuttavia, se l’influenza occulta dei Valar venisse svelata, si potrebbe iniziare a pensare che il viaggio di Frodo e Sam a Mordor non sia così disperato, poiché costantemente vegliati da un potere superiore, con il rischio di far venire meno quel tipo di “eroismo nordico” così caro a Tolkien, ed anche di infastidire il lettore con queste rivelazioni. La lettura de “Lo Hobbit” e de “Il Signore degli Anelli” lascia intendere che ci sono delle potenze superiori, ma non al punto di svelare direttamente se taluni eventi accadano per caso o perché diretti dal destino, il lettore non potrà mai averne certezza. Il Silmarillion, invece, con le sue spiegazioni e rivelazioni, rischia di rovinare questo stato di incertezza, togliendo valore e coraggio alle scelte dei personaggi.


Difficoltà di armonizzare il Legendarium. La Terra di Mezzo descritta ne “Lo Hobbit” e ne “Il Signore degli Anelli” è un mondo ricco di nomi e personaggi senza eguali. Il successo de “Il Signore degli Anelli”, in particolare, si fonda su un immenso serbatoio di fatti, nomi ed eventi perfettamente incastrati fra di loro. Il Silmarillion avrebbe dovuto non solo eguagliare tale complessità, ma anche porsi in totale continuità con esso, senza contraddire quanto già scritto. Il Tolkien degli ultimi anni, con le spiegazioni fornite nelle sue lettere e i tentativi continui di riscrivere il Silmarillion, appare devoto ad un tentativo di razionalizzazione e classificazione della sua opera. La ricchezza di nomi e di fatti delle sue precedenti opere, tuttavia, rendeva quasi impossibile riuscire in questa impresa, senza considerare il rischio, come spiegato al punto precedente, di dire o svelare troppo, oltre ad esporsi a potenziali contraddizioni (es. se i Nazgul hanno timore dell’acqua, come si legge nei Racconti Incompiuti, come hanno fatto ad attraversare tutto l’Eriador per dare la caccia a Frodo?). Il problema degli orchi è un altro esempio di questa difficoltà. Dalla lettura delle prime opere si evince chiaramente che gli orchi svolgono il semplice ruoli di “carne da cannone” per gli eserciti del male, e vengono uccisi dagli eroi senza troppi problemi o rimorsi. Nel Silmarillion leggiamo però che il male non può creare, ma solo imitare, e scopriamo che gli orchi non sono altro che elfi corrotti. Questo però significa che neppure gli orchi sono malvagi dall’origine e che anche loro potrebbero essere redenti. Tolkien si rese conto del problema e da alcuni scritti si può notare come stesse elaborando una soluzione, che però non vide mai la luce.

 

A questo punto, credo vi sia chiaro come la pubblicazione del Silmarillion come un corpo uniforme ed armonico con le sue precedenti opere fosse un’impresa ardua, troppo ardua persino per lo stesso Tolkien. Un’impresa che riuscì al figlio Christopher, sia pure al rischio di inevitabili tagli e manipolazioni che il padre non sarebbe riuscito a fare. Di tutto ciò si deve comunque essere grati a Christopher, perché grazie a lui abbiamo potuto fare luce sugli eventi dei Tempi Remoti e restare affascinati da figure come Feanor, Beren e Turin.

mercoledì 9 novembre 2022

Leggere Tolkien: da dove iniziare?

 

Ben ritrovati sul blog. Complice l’uscita de “Gli Anelli del Potere”, la serie di Amazon Prime che mette in scena la Seconda Era della Terra di Mezzo, su internet sono apparsi numerosi articoli e video dedicati al mondo di J.R.R. Tolkien. Non solo recensioni ed analisi della serie, come è logico aspettarsi, ma anche riflessioni sull’opera di Tolkien in generale. Al di là di quello che pensate della serie, è innegabile che la grande attenzione mediatica a lei dedicata ha portato nuove persone ad interessarsi (e spero ad appassionarsi) a Tolkien ed alla Terra di Mezzo. In particolare, mi sono imbattuto in diversi video in cui si cerca di spiegare, al lettore neofita, quale sia il giusto ordine per approcciarsi agli scritti di Tolkien. Purtroppo, ed è il motivo per cui sto scrivendo questo articolo, in alcune occasioni è stato suggerito un approccio cronologico, che indica il Silmarillion quale primo libro da cui iniziare. Anche senza non considerare la maggior difficoltà di lettura di un’opera come il Silmarillion rispetto allo Hobbit o al Signore degli Anelli (difficoltà che potrebbe mettere seriamente a rischio il proseguo della lettura di tutto il ciclo Tolkeniano), ritengo questo approccio totalmente sbagliato per almeno due motivi.

 

Prima di analizzare questi motivi, però, facciamo un passo indietro e cerchiamo di classificare rapidamente le opere di Tolkien (sia quelle scritte direttamente da lui, che quelle pubblicate dal figlio). Le opere principali di Tolkien sono lo Hobbit e il Signore degli Anelli. Sono gli unici libri pubblicati da lui stesso in vita e sono strettamente legati. Ne “Lo Hobbit” viene narrata un’avventura di Bilbo Baggins con i nani, Gandalf, Gollum e il drago Smaug; potrebbe anche finire qui, se non fosse che Bilbo trova un piccolo anello d’oro in grado di renderlo invisibile. Questo anello è l’Unico Anello, forgiato da Sauron, l’Oscuro Signore ed è l’evento che darà il via agli eventi e alle battaglie ne “Il Signore degli Anelli”. Bilbo è invecchiato, pertanto il testimone passa a suo nipote Frodo, che insieme a Sam, Merry e Pipino, rappresenteranno la gente piccola (e in definitiva il lettore) all’interno di un mondo che, rispetto a quanto mostrato nel primo libro, aumenta esponenzialmente di dimensioni, complessità, intrecci e personaggi. Il Silmarillion, opera a cui Tolkien lavorò per tutta la vita ma che non terminò mai, è di fatto un gigantesco prequel/antefatto degli eventi presentati negli altri due libri. È una storia dell’intero mondo di Arda, con la sua creazione, le sue pseudo-divinità, la nascita degli elfi e degli uomini e tanto altro ancora. Non c’è un protagonista unico, ma tanti eventi e personaggi che coprono millenni di tempo vissuto. Se vi viene in mente la Bibbia, non siete troppo lontani dalla verità. I Racconti Incompiuti sono scritti su vari argomenti che approfondiscono la storia di alcuni eventi, personaggi o addirittura oggetti (es. i Palantiri). 

Cosa resta? Restano i Racconti Perduti (2 volumi), parti di un’opera più grande in 12 volumi (la storia della Terra di Mezzo, ancora inedita in Italia ma le cose stanno per cambiare), pubblicata da Christopher, il figlio di Tolkien, che contengono le versioni precedenti e/o scartate de “Il Silmarillion”; restano le varie lettere di Tolkien ad amici, parenti e scrittori, utili a capire il pensiero dell’autore; restano libri come “I figli di Hurin”, “Beren e Luthien” e “La caduta di Gondolin”, che espandono storie già presenti nel Silmarillion, anche queste pubblicate postume. Nessuna di queste opere ci interessa ai fini di decidere in che ordine approcciarsi agli scritti di Tolkien: non solo alcune non sono neppure narrativa (es. le lettere) ma abbiamo a che fare con bozze o versioni preliminari di qualcosa che troveremo in forma compiuta nei libri principali. Rimangono dunque quattro opere (quelle in neretto). Il Silmarillion, come si è già accennato, non è adatto ad introdurre un nuovo lettore al mondo di Tolkien (un po' di pazienza e spiegherò perché); i Racconti Incompiuti neppure, in quanto espandono la conoscenza di luoghi e personaggi che già si dovrebbero conoscere. Restano lo Hobbit e il Signore degli Anelli. Cronologicamente parlando, lo Hobbit viene prima, avrebbe senso iniziare da lì. Si tratta di un testo snello, scritto come fosse una fiaba, forse perfetto per chi vuole iniziare. Ho scritto forse, però. Proprio il suo essere una fiaba allontano lo Hobbit da quello che la gente si aspetta da Tolkien, una narrativa fantasy epica. Il Signore degli Anelli riassume ampiamente l’antefatto da cui prende il via (la scoperta dell’anello di Bilbo) e fornisce molte più informazioni sugli hobbit e la Contea di quanto non facesse il libro precedente. Pertanto, è assolutamente possibile iniziare direttamente dalla “piatto principale”, immergendosi subito nella Guerra dell’Anello e recuperando in seguito lo Hobbit. Sono entrambe scelte valide: seguire un percorso cronologico o puntare direttamente al cuore della storia. Quello che è sicuramente sbagliato, invece, è iniziare con il Silmarillion, e ora (finalmente) vi spiegherò il perché.

 

Il primo motivo per non iniziare a leggere Tolkien con il Silmarillion è, paradossalmente, proprio di natura cronologica. Il Silmarillion narra con grande dettaglio gli eventi della Prima Era, ma non trascura né la Seconda Era, a cui dedica un esteso capitolo, né la Terza Era, riassumendo in breve gli eventi dello Hobbit e del Signore degli Anelli. Questo vuol dire che, se un nuovo lettore iniziasse a leggere Tolkien con il Silmarillion, si farebbe un grosso “spoiler” su tutti gli altri libri. Astrattamente, sarebbe forse possibile iniziare a leggere il Silmarillion, fermarsi al momento giusto, leggere lo Hobbit e il Signore degli Anelli, quindi completare il Silmarillion. Questo approccio però, per un nuovo lettore, risulterebbe molto complicato, senza considerare che trovare il momento corretto in cui interrompere la lettura del Silmarillion non è affatto facile.

In ogni caso, c’è secondo motivo che sconsiglia tutto ciò, ed è quello più importante di tutti. Gran parte del fascino del Signore degli Anelli sta nell’impressione di una storia più ampia sullo sfondo. Gli eventi del libro si svolgono sul finire della Terza Era, quindi al culmine di millenni di storia passata. Questi eventi conferiscono antichità alla Terra di Mezzo e le danno un background (oggi si direbbe una “lore”) che rende più credibile, reale ed affascinante la storia narrata. Quando Aragorn accenna alla storia di Beren e Luthien, quando Elrond racconta di Celebrimbor, o nel canto di Gimli a Moria, tutti questi rimandi al passato mitico della Terra di Mezzo danno all’opera una profondità senza paragoni. Lo stesso Tolkien rifletteva se fosse il caso di narrare (e pubblicare) le molte storie che fanno da sostrato alla Guerra dell’Anello. Il rischio, secondo lo stesso autore, era di togliere la magia all’opera principale, senza considerare poi che le varie storie, singolarmente prese, non avrebbero avuto una cornice narrativa. Il Silmarillion è un’opera affascinante, non semplice da leggere, e noi lettori siamo grati a Christopher Tolkien per averla pubblicata. Quel che è certo, però, è che iniziare a conoscere Tolkien con il Silmarillion è uno sbaglio che si rischia di pagar caro, rovinandosi la lettura de Lo Hobbit e del Signore degli Anelli e togliendo a queste opere la loro specificità. Il Silmarillion si può meglio apprezzare dopo aver letto i libri principali di Tolkien: solo allora il lettore avrà la capacità di capire la monumentalità di quest’opera.

mercoledì 31 dicembre 2014

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate



Ben ritrovati. Oggi è l’ultimo giorno dell’anno e per chiudere in bellezza questo 2014 vi lascio alla lettura di un pezzo speciale. Il terzo ed ultimo film de Lo Hobbit è nelle sale da qualche settimana ed è giunto il momento di concludere la recensione sulle differenze tra pellicola e romanzo, le cui parti precedenti trovate qui e qui. Forse è il caso che gli (ri)diate un’occhiata per rinfrescarvi la memoria, dato che non ho intenzione di ripetere ciò che ho già scritto nei vecchi articoli né di tornare a sottolineare differenze già sviscerate a sufficienza.



Il film si apre con il drago Smuag in volo verso la città di Pontelagolungo. Bastano alcuni passaggi della mostruosa creatura per trasformare la città in un vortice di fiamme e caos. I cittadini, disperati, tentano di fuggire sulle barche e lo stesso fanno i pochi nani della compagnia di Thorin rimasti in città, insieme all’elfa Tauriel. Bard riesce a liberarsi dalla prigione deve era stato gettato dagli sgherri del governatore, sale su una torre di legno e inizia a bersagliare il drago di frecce, senza alcun risultato. La svolta avviene con l’arrivo di suo figlio Bain, che gli porta l’ultima freccia nera. Con un disperato espediente, Bard riesce a scagliarla e a colpire il drago nell’incavo sul petto, dove la sua corazza è assente. Con un grido terrificante il drago morente precipita sulla città in rovina, travolgendo la barca del governatore. Bilbo, Thorin e gli altri nani assistono agli eventi dall’alto della montagna. Nel libro le cose vanno in maniera leggermente diversa. Innanzitutto non ci sono nani a Pontelagolungo, tutta la compagnia di Thorin si trova già alla Montagna Solitaria, così come non ci sono elfi, Tauriel è un personaggio inventato per il film. Nel libro tutta la città si prepara a combattere e distrugge il ponte che la collega alle rive del lago, per evitare di dare al drago un appoggio e obbligandolo a restare in volo. Bard scopre il punto debole nella corazza di Smaug grazie ad un tordo parlante, il quale aveva sentito il racconto di Bilbo ai nani sullo stesso argomento. La freccia nera di Bard non è una lancia di metallo, ma una vera e propria freccia, avuta da suo padre e dai suoi antenati, forgiata nelle fucine del Re sotto la Montagna. Bard scaglia la freccia e il drago viene ucciso; nella sua caduta, tuttavia, non affonda nessun governatore, che pertanto è vivo e vegeto alla fine della battaglia.



Il film continua mostrandoci Bard che si occupa del suo popolo, mettendosi in marcia verso la città in rovina di Dale per cercare riparo. I suoi pensieri vanno ovviamente al grosso tesoro nella Montagna Solitaria, che reputa incustodito in quanto è certo che i nani siano stati uccisi. Fili, Kili e gli altri nani che si erano separati da Thorin si ricongiungono con i loro consanguinei, mentre Legolas e Tauriel lasciano la città diretti a nord. Bilbo accenna alla malattia dell’oro di cui sarebbe preda Thorin e in effetti gli altri nani non possono che constatare sgomenti ciò che sta avvenendo al loro re. Thorin non riesce a pensare a niente che non sia ritrovare l’Arkengemma, e inizia a pensare che gli altri nani l’abbiano trovata e gliela tengano nascosta. Nel frattempo arrivano gli elfi silvani guidati da Thranduil, che porta anche soccorso ai superstiti di Pontelagolungo. Thranduil però chiarisce di non essere arrivato li per aiutare gli umani, ma per reclamare una parte del tesoro, in particolare delle gemme di bianca luce stellare a cui tiene molto. Bard e Thranduil si recano insieme alla Montagna e, incredibilmente, trovano la porta di Erebor sigillata dalle macerie: Thorin e i suoi sono ancora vivi. Ha luogo una contrattazione fra Bard e Thorin ma finisce male: Thorin si rifiuta di cedere la parte del tesoro che aveva promesso agli abitanti del lago e anzi invia un corvo messaggero per chiedere aiuto a suo cugino Dain. Intrecciata alla storia principale seguiamo anche le vicissitudini di Gandalf, prigioniero di Sauron a Dol Guldur e quelle di Legolas e Tauriel. Confrontandoci con il romanzo, possiamo subito eliminare queste due storie secondarie poiché Legolas e Tauriel non vi compaiono proprio; quanto a Gandalf, alla fine del romanzo racconta brevemente a Bilbo come lui e il Bianco Consiglio abbiano scacciato il Negromante (ossia Sauron) da Dol Guldur. Non ci sono quindi reali paragoni da poter fare con le scene d’azione inventate da Peter Jackson. Mi limito a dire due cose: la scena in cui Galadriel scaccia Sauron è decisamente esagerata, impossibile che la Dama Bianca sia più potente di Gandalf; quanto poi alle parole di Elrond sulla necessità di dare la caccia immediata a Sauron, quasi che potesse essere davvero sconfitto, appaiono del tutto fuorvianti! Anche senza l’anello del potere, Sauron non può essere battuto, ciò che appare come una vittoria in realtà è solo tempo guadagnato prima della fine. Tornando alla storia principale, nel libro Bard viene acclamato re dalla sua gente, contro il volere del governatore, ancora vivo, ma per il momento Bard non vuole saperne nulla, desidera solo essere d’aiuto. Gli eventi procedono più o meno come nel film, ma in un arco di tempo più lungo (circa 11 giorni). Thranduil marcia sulla montagna con la sua armata di elfi per reclamare il tesoro ma devia verso gli umani per prestare aiuto in quanto “buono e gentile”. Questa è una grossa differenza rispetto al film, che tenta in ogni maniera di presentare Thranduil come un bastardo, quando nel libro viene detto chiaramente che si tratta di un re buono e giusto. Thorin apprende dai corvi parlanti non solo la morte del drago (non l’ha vista dagli spalti della Montagna come nel film) ma anche l’arrivo dell’esercito degli elfi e degli uomini; si infuria e mentre manda i corvi ad avvertire suo cugino Dain, inizia a fortificare l’accesso alla montagna. Accecato dalla bramosia del tesoro, Thorin rifiuta l’ambasciata di uomini ed elfi, agli occhi di tutti lo scontro sembra imminente.



Bilbo parla con Balin dell’Arkengemma, e si convince che la pazzia di Thorin peggiorerebbe se ne entrasse in possesso. Di notte si cala di nascosto con una fune fuori della Montagna e si fa portare al cospetto di Thranduil, Bard e Gandalf (appena tornato da Dol Guldur). Bilbo offre la preziosa gemma come la sua 14° parte del tesoro, suggerendo di utilizzarla come riscatto poiché Thorin farebbe di tutto per tornarne in possesso. Nel frattempo Gandalf cerca di mettere in guardia Thranduil sull’esercito degli orchi che sta per piombargli addosso ma il re elfico non crede alle sue parole. La mattina dopo avviene l’incontro fra Thranduil, Bard e Thorin. Il re nanico è stupito di vedere l’Arkengemma in mano ai suoi nemici e si infuria con Bilbo, che gli rivela di essere stato lui l’artefice di questo piano. Thorin cerca di gettarlo dalle mura ma viene fermato dai suoi stessi compagni e da Gandalf, che lo invita a lasciar stare il povero hobbit. Bilbo viene fatto calare con una corda, Thorin sta per cedere al ricatto quando arriva un’armata di nani guidata da Dain. La battaglia sembra inevitabile, quando all’improvviso appaiono gli orchi! Grazie ai mangia pietra, dei giganteschi vermi in grado di perforare la roccia, gli orchi sono riusciti ad arrivare non visti e ora minacciano di morte tutti i presenti. I nani si voltano per fronteggiare la carica degli orchi e gli elfi si schierano dalla loro parte, insieme agli umani. Nel libro le cose vanno più o meno alla stessa maniera, con qualche differenza. Gandalf sembra sospettare che qualcosa bolle in pentola (l’arrivo degli orchi) ma non avverte nessuno. Quando gli orchi arrivano (senza mangia pietra, un’invenzione del film), questi prendono in effetti di sorpresa elfi e nani, ma semplicemente perché nessuno li stava aspettando! Peter Jackson fa credere che l’attacco degli orchi fosse una cosa programmata di tempo e parte di uno schema più grande che fa capo a Sauron. Nel romanzo non è così: gli orchi volevano semplicemente vendicarsi per l’uccisione del Grande Orco delle Montagne Nebbiose (ucciso da Thorin e Gandalf all’inizio della storia), e a tal fine raccolgono le loro armate, insieme ai Lupi Selvaggi. Gli orchi, inoltre, sono guidati da Bolg, non da Azog, che è defunto da un bel po’ (rileggete il primo articolo).



Ha inizio così la Battaglia dei 5 Eserciti: elfi, nani e uomini contro orchi e lupi. Nel film i lupi mannari neppure si vedono nello scontro finale, verrebbe da chiedere a Peter Jackson quale sia il 5° esercito del suo film. Nel libro la battaglia è descritta in breve, nel film occupa più di un’ora. Peter Jackson prende le poche frasi scritte da Tolkien e vi costruisce la parte centrale del film, ma i risultati sono altalenanti. Lo scontro non ha certamente l’epicità della battaglia del fosso di Helm o dell’assedio di Minas Tirith, e lo svolgimento della battaglia, tatticamente parlando, è assai confuso. Per fortuna Peter Jackson si disinteressa presto dello scontro di massa e si concentra sulle vicende dei singoli personaggi. E sono proprio le vicende personali a segnare un grande distacco dal romanzo, in particolare la presenza di Tauriel e Legolas, nonché la morte di Thorin, Fili e Kili. Nel film Legolas uccide Bolg, Thorin e Azog si uccidono a vicenda, Kili viene ucciso da Bolg per difendere Tauriel e Fili viene catturato e ucciso da Azog. Nel libro le cose vanno così: quando la battaglia sembra volgere al peggio, si ode uno squillo di tromba, Thorin e i suoi nani escono dalla montagna corazzati in maniera impressionante e caricano gli orchi. La carica spezza il fronte degli orchi ma quando perde di slancio Thorin si trova circondato da Bolg e dalla sua guardia personale. Bilbo assiste alla battaglia da Collecorvo, in mezzo agli elfi e Gandalf ma viene colpito da una pietra sulla testa e perde i sensi, l’ultima cosa che vede sono le Grandi Aquile scendere sul campo di battaglia. I potenti volatili già tenevano d’occhio gli orchi da un po’ di tempo e si uniscono al combattimento appena in tempo, ma nonostante questo lo scontro è ancora in bilico. E’ l’arrivo di Beorn in forma di orso a dare la svolta decisiva: dopo aver tratto fuori dalla mischia Thorin, ormai trafitto da molti colpi, il feroce guerriero fa a pezzi Bolg e le sue guardie e a quel punto gli orchi rimasti rompono il campo e fuggono. Anche Fili e Kili si contano fra i morti, caduti in difesa del loro re. Quando Bilbo riprende i sensi viene portato da Gandalf al cospetto di un Thorin ormai morente. Prima di andarsene, Thorin si pente delle sue parole e delle sue azioni contro lo hobbit e si congeda da lui in pace. Anche nel film c’è il rappacificamento fra Thorin e Bilbo, ma questi era già al suo fianco quando è stato colpito a morte da Azog.



La conclusione della battaglia è trattata molto sbrigativamente nel film: morto Thorin, Bilbo saluta Balin e gli altri nani, e prende la via del ritorno verso casa insieme a Gandalf. Nel libro gli eventi sono più dettagliati: c’è il funerale di Thorin, sepolto sotto la Montagna insieme alla sua spada Orcrist e all’Arkengemma, mentre Dain diventa il nuovo Re sotto la Montagna. Bilbo prende con se due cassette piene di oro e argento e si congeda dai nani. Il suo viaggio di ritorno avviene insieme agli altri protagonisti della storia: i primi a separarsi sono gli elfi, che tornano al loro reame boscoso, quindi è il turno di Beorn. Bilbo e Gandalf arrivano a Gran Burrone, dove si intrattengono per un po’ con Elrond, ed è solo in questa occasione che Gandalf rivela gli eventi di Dol Guldur. Bilbo e Gandalf ripartono, trovano i troll pietrificati e Bilbo riporta alla luce il loro tesoro, che i nani avevano seppellito per precauzione. Bilbo torna infine alla Contea, dove scopre che è stato dichiarato “presunto morto” e i suoi beni messi all’asta. Solo quest’ultimo dettaglio è uguale al film, il resto è stato del tutto omesso. E’ stata invece aggiunta la scena in cui Bilbo e Gandalf si salutano, e lo stregone dimostra di sapere che Bilbo ha con se un anello magico. Nel libro una simile scena sarebbe stata inutile, dato che Bilbo aveva già rivelato a Gandalf di aver trovato l’anello. Il film si conclude riportando la vicenda 60 anni nel futuro, con Bilbo anziano che finisce di scrivere le sue memorie proprio nel giorno del suo 111° compleanno. Gandalf bussa alla sua porta e Bilbo lo fa entrare, il film termina mentre la telecamera indugia sulla mappa della Montagna Solitaria. La scena fa da perfetto raccordo con il Signore degli Anelli ma anche ciò si distacca dai romanzi. Bilbo scrive le sue memorie molti anni prima, e il libro termina con un tè fra Bilbo, Gandalf e il nano Balin, venuti a trovare il loro amico hobbit. 

A ben vedere, può sembrare che le differenze fra questo terzo film e il romanzo non siano tantissime. Non è così: il distacco fra le due storie, iniziato in maniera lieve nel primo film, è esploso soprattutto nella seconda pellicola e questo film ha semplicemente portato a termine una storia che ormai aveva preso una strada tutta sua. Ora che la trilogia è terminata, è possibile riconoscere e ammettere che, a differenza che ne Il Signore degli Anelli, ci troviamo di fronte ad un vero tradimento dello spirito dell’opera, in particolare, e di Tolkien, in generale. La storia d’amore fra Kili e Tauriel, fra un nano ed un’elfa, è sicuramente il punto più basso di questa situazione e ogni altro commento del tutto superfluo. Il credito che Peter Jackson si era guadagnato presso i fan è stato dilapidato con questa trilogia dal sapore commerciale, da questo blockbuster hollywoodiano che ha poco da spartire con il suo illustre predecessore. Stiamo parlando di un prodotto che è comunque anni luce avanti rispetto a tanti altri film, ma il rimpianto per l’occasione sprecata è superiore alla qualità della trilogia.

venerdì 14 febbraio 2014

Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug




Con colpevole ritardo torno a voi con un pezzo dedicato al secondo film de “Lo Hobbit”, uscito a Natale nelle sale di tutto il mondo. Se vi ricordate, in chiusura dell’articolo che dedicai al primo film, mi chiedevo cosa sarebbe finito nei sequel, dato che gli eventi narrati nel film coprivano circa metà del libro. Temevo “un’annacquatura” della saga con scene inventate o diluite in maniera artificiale, e in effetti è proprio quello che è successo: “La Desolazione di Smaug” porta avanti la storia fino al momento in cui il drago esce dalla Montagna Solitaria e si dirige infuriato verso la città di Pontelagolungo. Il film finisce sul più bello,  lasciando al prossimo tutta l’azione e la battaglia che ne seguirà. Il film nel complesso mi è piaciuto, ma vi ho trovato diverse cadute di stile; “La Desolazione di Smaug” è (sarà) probabilmente il punto più debole di tutta la saga, non solo de Lo Hobbit, ma pure del Signore degli Anelli, dato che Peter Jackson sta cercando in tutti i modi di fondere le due trilogie in un’unica “coerente” storia. L’unica pietra di paragone per tale operazione sono le due trilogie di Star Wars, e proprio come questa, anche la saga della Terra di Mezzo ha appena avuto la sua Minaccia Fantasma, che per i profani significa il suo episodio più scarso. Per fortuna non siamo davvero a quel livello: molte cadute di tono e di stile, come ho detto, ma anche tanta roba buona e interessante. Come un anno fa, non ho intenzione di fare una vera e propria recensione del film, ma solo una comparazione fra la storia del film e quella del romanzo. A questo proposito, un’avvertenza: non mi metterò a ripetere quanto ho già scritto nel primo articolo, né perderò troppo tempo per sottolineare le differenze che ho già analizzato a sufficienza, pertanto vi invito a (ri)dargli un’occhiata se mai vi foste persi qualcosa.



Il film si apre con l’incontro fra Thorin Scudodiquercia e Gandalf nella locanda del Puledro Impennato, a Brea. Questo evento non si trova ne “Lo Hobbit”, bensì nei “Racconti Incompiuti”, un libro che raccoglie gli scritti di Tolkien su varie vicende della Terra di Mezzo che, per un motivo o per l’altro, non furono portati a compimento. Nel film è Gandalf a voler parlare con Thorin, che lo sprona ad agire contro il drago ed a recuperare l’Arkengemma al fine di riunire gli eserciti dei sette casati dei nani. Nei “Racconti Incompiuti”, le cose vanno un po’ diversamente. Innanzitutto è il contesto ad essere diverso: Gandalf sa già del ritorno di Sauron, e teme cosa potrebbe accadere se il drago unisse le sue forze a quelle di Mordor. Gandalf incontra Thorin nei pressi di Brea, ma è il nano a cercare lo stregone, allo scopo di chiedergli un consiglio. I due viaggiano fino ai Monti Azzurri e li Thorin rivela le sue pene a Gandalf: i torti subiti dalla sua gente, la perdita del tesoro dei suoi avi, nonché il dovere di vendicarsi su Smaug, tutte cose che un nano della Terra di Mezzo prende terribilmente sul serio. Thorin pensava ad una spedizione armata, mentre Gandalf riteneva la cosa una follia. Dopo un viaggio nella Contea, Gandalf ha un’intuizione su Bilbo Baggins ed il ruolo che potrebbe recitare in una spedizione contro il drago, quindi propone a Thorin l’impresa. Sulle prime Thorin non voleva saperne, ma sappiamo bene come è andata a finire: utilizzando la mappa e la chiave come leva, Gandalf riesce a convincere il testardo nano, dando così inizio alla Cerca di Erebor. Quale fosse il vero scopo della spedizione dei nani (recuperare parte del tesoro o uccidere il drago), è tuttavia una questione abbastanza complessa, che né il film né il libro risolvono con chiarezza. Nessuno con un po’ di buonsenso può davvero credere che dodici nani e un hobbit possano sconfiggere un drago sputafuoco; nei “Racconti Incompiuti” Gandalf suggerisce che, in cuor suo, neppure Thorin stesso lo credeva possibile, la natura della spedizione poteva essere unicamente quella di recuperare parte del tesoro ed eventualmente spiare il drago e le sue mosse. Gandalf sicuramente desiderava l’uccisione del drago, poiché voleva evitare che questi si unisse in futuro a Sauron, ma è difficile credere che reputasse i nani all’altezza del compito. Il Gandalf del film, poi, non ha neppure idea che Sauron sia tornato, pertanto il suo interesse nella faccenda del drago è quanto mai nebuloso. Gandalf è una forza che agisce per il bene, ma anche mettendola in questa maniera, l’interesse specifico dello stregone è difficile da trovare.



Dopo il flashback iniziale, il film riprende esattamente dove terminava il precedente, con i nani in fuga da Azog e dai suoi orchi. Per risparmiare tempo, vi dico subito che tutte le scene in cui sono presenti gli orchi sono del tutto inventate o alterate rispetto al libro: nessun orco insegue la compagnia dei nani e lo stesso Azog è già morto e sepolto da un pezzo, come ho spiegato nel commento al primo film. L’incontro con Beorn nel film, pertanto, avviene in modo completamente diverso rispetto al libro: inseguiti e braccati dagli orchi nel primo caso, in maniera del tutto tranquilla e rilassata nel secondo. Nel romanzo Gandalf presenta i nani e Bilbo al gigantesco mutaforma un po’ per volta, descrivendo intanto le loro peripezie contro gli orchi e i mannari. Beorn invita i nani a cena, dove vengono serviti da cavalli parlanti (lo so, è assurdo, ma Lo Hobbit è una fiaba, il film ha un tono del tutto diverso), e nella notte si allontana nella sua forma di orso per controllare la storia dei nani. Bilbo spia Beorn mentre lascia la casa e si prende un bello spavento ma l’indomani lui e i nani troveranno un Beorn ancora più gentile e disponibile: dà loro dei pony, delle provviste e un cavallo per Gandalf. Nel film gli eventi sono più precipitosi, Beorn appare molto più minaccioso e se aiuta i nani è soltanto perché odia di più gli orchi. Beorn avverte i nani di non lasciare il sentiero, una volta che saranno entrati nella foresta, quindi li congeda. Arrivati a Bosco Atro, anche Gandalf saluta i nani e va per la sua strada. Ma quale? Alla fine del romanzo, dopo la Battaglia dei Cinque Eserciti, Gandalf rivela come si sia unito al Consiglio formato da Elrond, Galadriel e Saruman per scacciare Sauron da Dol Guldur. Nel film è probabile che avvenga lo stesso, ma con alcune differenze. Innanzitutto, l’evento finale (la cacciata di Sauron) avverrà nel terzo episodio, per cui dovremo aspettare per vedere come finiranno le cose; in secondo luogo, Gandalf ignora che è proprio Sauron a nascondersi fra le rovine di Dol Guldur. Lo scopre con gran disappunto proprio in questo film, venendo catturato dallo stesso Oscuro Signore nel corso di uno scontro che, rispetto al romanzo, è del tutto inventato.



Torniamo alla nostra combriccola di nani: iniziano ad attraversare Bosco Atro stando attenti a non abbandonare il sentiero, secondo le indicazioni di Gandalf e di Beorn. Indicazioni davvero utili, ma prevedibilmente disattese, dato che si smarriscono in fretta. Bilbo si arrampica su un albero per capire in che direzione stanno marciando, ma quando ridiscende verso terra, scopre con orrore che i nani sono stati fatti prigionieri dai ragni di Bosco Atro. Grazie all’anello riesce a sfuggirgli, prima, e a liberare i suoi compagni, poi, ma i ragni si accorgono in fretta di essere stati beffati e comincia lo scontro. La battaglia resta in bilico per un po’, ma con l’arrivo degli elfi, e in particolare di Legolas e della sua bella amica Tauriel, lo scontro termina rapidamente, e dato che nani ed elfi si odiano alquanto, il principe elfo fa prigionieri tutti quanti … eccetto Bilbo, ovviamente, che grazie all’anello la sfanga un’altra volta. Nel libro, come al solito, le cose vanno un po’ diversamente: all’attraversamento della foresta viene dedicato più attenzione, con diverse scene aggiunte, come ad esempio l’attraversamento di un fiume incantato. Dopo essersi addentrati ancora di più nella foresta, i nani notano delle strane luci: si tratta degli elfi, ma ogni volta che riescono ad arrivare vicino alle luci, queste si spengono, lasciandoli nel buio disorientati. Proprio in una di queste occasioni i ragni attaccano e catturano i nani; catturano anche Bilbo a dire la verità, ma questi riesce ad uccidere in fretta il ragno che lo stava immobilizzando in un bozzolo, quindi fugge usando l’anello. Per puro caso riesce a trovare i nani, prigionieri delle ragnatele, e sente i ragni parlare fra loro su come uccideranno i poveri nani. Anche nel film Bilbo riesce a comprendere il linguaggio dei ragni, ma soltanto dopo aver indossato l’anello, e in questo caso tanto di cappello a Peter Jackson, che con questo espediente riesce a rispettare il libro senza intaccare il tono più serio del film. Bilbo libera i nani grazie ad uno stratagemma; non è importante scendere nei dettagli, salvo uno, fondamentale: Bilbo rivela ai nani i poteri magici del suo anello. Una differenza non da poco rispetto al film, e io credo che difficilmente ci sarà questa rivelazione, anche se dovremo aspettare la conclusione della trilogia per vedere cosa deciderà Peter Jackson. I nani riescono a fuggire dai ragni, ma quando è il momento di contarsi, scoprono con orrore che ne manca uno, il più importante: Thorin Scudodiquercia in persona!



Quando ancora i nani inseguivano le luci degli Elfi Silvani, Thorin era rimasto svenuto in una radura a causa delle arti magiche di questi, e sono proprio gli elfi a trovarlo e portarlo via. Stante il poco amore che nutrono per i nani, lo sbattono in prigione. Thranduil, il re degli Elfi Silvani (che nel libro si vede per la prima volta, mentre noi spettatori lo avevamo già visto nell’introduzione del primo film), nonché padre di Legolas, interroga Thorin circa la sua presenza nella foresta. Thorin fa scena muta e viene rimesso in cella. Una sorte che poco dopo condividerà con tutti gli altri nani, catturati dagli Elfi Silvani subito dopo la fuga dai ragni. Thranduil interroga i compagni di Thorin, ma questi, come il loro capo, non aprono bocca, facendolo infuriare. Secondo il Re degli Elfi, i nani hanno violato i confini del suo regno, infastidito la sua corte (ricordate le luci nel bosco?) e fatto eccitare i ragni fino a renderli pericolosi, tutti ottimi motivi per farli finire dietro le sbarre insieme al loro capo. La versione filmica è parecchio diversa: Thranduil cattura i nani tutti insieme, ma interroga solo il loro capo; inoltre, il Re degli Elfi Silvani sa benissimo chi è Thorin e cosa sta facendo nella sua foresta, al punto da arrivare ad offrirgli il suo aiuto in cambio di bianche gemme, che adora sopra ogni cosa. La liberazione dei nani ad opera di Bilbo è invece simile tanto nel romanzo quanto nel film: Bilbo sfrutta l’ubriachezza del maggiordomo e del capo delle guardie per nascondere i nani nei barili. Peccato che ne “Le Due Torri” avevamo visto come Legolas fosse immune agli effetti dell’alcool, perlomeno secondo Peter Jackson! Ma questo è il minimo perché tutto ciò che segue è inventato di sana pianta: nel libro non c’è nessun inseguimento degli orchi, non c’è Legolas (che in effetti non appare mai), non c’è Tauriel e non c’è nessun nano che viene ferito. Anche l’arrivo a Pontelagolungo è diverso: nel film i nani vi arrivano di nascosto, grazie all’aiuto di Bard. Nel libro, Bard deve ancora fare la sua apparizione, mentre il capo dei nani rivela subito la sua identità al Governatore. In questo senso, la scena in cui Thorin infiamma l’animo dei cittadini e scatena la frenesia dell’oro è presente in tutte e due le fonti, semplicemente manca Bard, che nel film mette in guardia (abbastanza saggiamente, viene da dire) la città da ciò che potrebbe succedere se il drago venisse risvegliato. Il Governatore si mette a disposizione di Thorin e dei nani e offre un banchetto in loro onore. Anche Thranduil, il Re degli Elfi Silvani, viene a sapere cosa sta succedendo a Pontelagolungo, ed intuisce in parte le intenzioni di Thorin: secondo il Re, lo scopo dei nani è di depredare Smaug e per questo vuole la sua parte: non sospetta minimamente che questi, del tutto incoscientemente, vogliono tentare anche di ucciderlo. Il Governatore della città sul lago, dal canto suo, ritiene che Thorin e la sua compagnia siano solo degli imbroglioni, e pertanto resta stupito nel vederli partire davvero. Quindici giorni dopo essere arrivati a Pontelagolungo, Thorin e la sua compagnia lasciano la città sul lago e si dirigono verso la Montagna Solitaria. Nel film alcuni nani vengono lasciati indietro (con motivazioni abbastanza assurde, caro il mio Peter Jackson), con l’aggiunta di un ulteriore scontro tra nani, elfi ed orchi del quale non c’è traccia fra le pagine del romanzo.



Veniamo al finale del film: dopo aver trovato la porta segreta (ovviamente grazie a Bilbo, i nani ci fanno sempre la figura dei fessi), Thorin dice al nostro hobbit che è il momento di guadagnarsi la paga: deve scendere nelle sale in rovina di Erebor e cercare l’Arkengemma. Nonostante abbia un anello dell’invisibilità, Bilbo si fa scoprire abbastanza in fretta da Smaug; Thorin e gli altri arrivano in suo aiuto, tentando di distrarre il drago e di ucciderlo con dell’oro fuso. Ovviamente non funziona, il drago si scrolla di dosso l’oro bollente e punta dritto come un uragano verso la città sul lago, per raderla al suolo. Chiaramente Peter Jackson desiderava mettere un po’ di azione in più rispetto al romanzo, ma ha soltanto infilato un’assurdità dietro l’altra: tentare di uccidere un drago sputa fuoco con dell’oro fuso è senza senso, così come è senza senso vedere Smaug andarsene dalla sua tana lasciando il suo tesoro incustodito mentre i nani sono ancora al suo interno. Per fortuna le cose sono molto diverse nel libro, con meno azione, è vero, ma con molto più senso logico (si, anche con la presenza di tordi intelligenti)! Thorin manda Bilbo a dare un’occhiata al tesoro e grazie al suo anello, Bilbo torna dai nani senza farsi scoprire, portando loro una bella coppa dorata. “Visto che la prima volta è andata bene, perché non riprovare?” deve aver pensato Bilbo, ma questa volta gli va male, perché Smaug riesce a fiutarlo. Pur non riuscendo a vederlo, il drago interroga il coraggioso hobbit; Bilbo è abbastanza furbo nel dare risposte evasive, ma non abbastanza da ingannare il drago, poiché questi riesce ad intuire che viene dalla città sul lago. Smaug è così sicuro di se al punto di mostrare a Bilbo la sua pancia incrostata di diamanti, e lo hobbit non può fare a meno di notare un incavo privo di protezione nella parte sinistra del petto. Bilbo fugge e racconta ai nani ciò che ha scoperto; il caso vuole che un vecchio tordo intelligente lo ascolta; vedremo nel terzo film quanto questo sarà importante. Bilbo teme una ritorsione di Smaug e convince i nani ad entrare nella montagna dalla porta segreta insieme a lui. Appena in tempo: Smaug esce dal suo covo e frantuma l’intero fianco della montagna, porta segreta compresa, bloccando Thorin e compagni nelle viscere della stessa. Convinto di averli sistemati, si lancia a tutta velocità verso il lago, perché è arrivato il momento di punire gli uomini del lago!